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Martedì, 01 Ottobre 2013 11:22

Audiophile Sound 128 - Ottobre 2013 - Guida al CD

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 128 - Ottobre 2013

TCHAIKOVSKY
OUVERTURE 1812
SINFONIA N.4

Per conoscere meglio l’Ouverture 1812, in questa nuova rubrica potete leggere la Guida all’ascolto e ascoltare degli esempi musicali... BASTA FARE UN CLICK dove vedete il lettore

Scritta per la consacrazione della Chiesa del Redentore, a Mosca, nel 1881, l'Ouverture 1812 è un omaggio di Ciaikovski alle tradizioni e i suoni della sua terra.

Prendendo come spunto la vittoria dei Russi su Napoleone, a Borodino, il compositore compie un viaggio nella musica religiosa e le tradizioni popolari dell'Impero zarista, culminando il tutto con colpi di cannone e campane: i fantasmi della guerra e l'auspicio
della pace perpetua.
L'opera prevedeva, nella stesura originale, anche un coro; e difatti comincia con un inno religioso della Chiesa Ortodossa. Gli archi gravi tratteggiano il canto Diffondi la pace, Signore, sulla nostra terra (00-1.30)

Su di una scala di poche note, gli strumenti a corda sembrano sillabare un testo immaginario, dapprima all'unisono, quindi imitando la scrittura a due cori che si rispondono tipica della liturgia russa (1.30-2.02)

con un gioco tra archi e fiati di crescente intensità.

Da questo momento l'atmosfera serena sembra progressivamente incrinarsi: i presagi della guerra incombono all'orizzonte; ed ecco (2.09-2.15)

un colpo secco delle percussioni annuncia la minaccia delle armate napoleoniche. L'oboe (2.16-2.20)

suona un pianto di bimbo innocente: una nenia infantile tra il fragore degli incendi e delle devastazioni; i violoncelli lo riprendono in tono virile, promessa di riscatto (2.21-2.26)

trasformandolo in un inno guerriero. L'imitazione dello stesso tema usato, all'inizio, per evocare la pace, qui descrive la guerra.

A 2.45-3.05

i contrabbassi si aggiungono ai violoncelli per eseguire una figura contorta, che sembra un brivido di freddo e di paura: il terribile inverno del 1812 rese la Russia un'unica lastra di ghiaccio. I violini aggiungono un motivo guizzante che evoca l'abbraccio della natura inclemente mentre i legni suonano una variante dell'inno iniziale, ridotto a una scala ascendente: l'amor di patria che accompagna i soldati nella loro marcia in mezzo alla tormenta di neve.

Ed ecco: si intravvede l'esercito nemico, e alcuni spari risuonano nell'aria (3.06-3.27)

con figure frenetiche degli archi che descrivono sia il loro suono, che la paura di chi lo ode.

Irrompe la cavalleria nemica (le armate di Napoleone erano celebri per la potenza d'urto dei loro cavalleggeri) e l'esercito russo ripiega indietro, tra squilli di ritirata che i tromboni nel registro grave, subito imitati dalle trombe, rendono angoscianti. Un colpo
di piatti echeggia come una fucilata.

La battaglia incalza (3.36-4.08)

con le truppe napoleoniche che si stringono sempre di più intorno ai russi, fino alla loro disfatta finale; a questo punto, una contorta linea degli archi gravi descrive il campo di battaglia costellato di cadaveri, nel buio dell'inverno russo. Le note sono quelle dell'inno iniziale, ma scritte alla rovescia: dalla serenità alla disperazione, con un gioco di specchi tra la fede in Dio e l'orrore per la malvagità umana.

Il tamburo rullante racconta il trionfo di Napoleone, riprendendo una marcia militare composta al tempo della Rivoluzione francese:
gli archi la avvolgono (4.22-4.38)

in un alone pieno di luce: gli orizzonti sterminati della Russia, a perdita d'occhio, così belli a vedersi, ma anche impossibili da conquistare completamente.

È interessante notare come Ciaikovski riprenda, qui, il tipo di melodia della musica sacra del suo paese: la fede dei Russi nella propria patria costerà, a Napoleone, la sconfitta.

L'esercito zarista si ritira, per osservare furtivo l'avanzata dell'imperatore: il compositore descrive questa strategia costellando la marcia francese con sinistri frammenti del canto sacro russo.

Presto, i Francesi hanno freddo (4.43-4.56)

l'inverno sta raggiungendo il suo culmine. Il tamburo rulla più lentamente: i movimenti dei soldati si fanno intorpiditi. L'armata napoleonica è fiaccata, e ognuno avverte la nostalgia e la fame. Da notare il timpano: con tremoli irregolari, evoca i brividi di freddo.

A 5.11-6.06

i Russi attaccano con rapide incursioni di guerriglia, evocate dagli archi febbrili. La loro fanteria leggera, agile e imprendibile, minaccia la colossale compagine equestre di Napoleone: i cavalli si impennano e cadono; a questo punto i Russi di ritirano in corsa inseguiti dai soldati di Napoleone.

Risuona, per la prima volta, la Marsigliese, avvolta dagli archi che raccontano la tempesta di neve piombata sul campo di battaglia.

Con sottile psicologia, Ciaikovski contrappone, nella memoria dell'ascoltatore, questa marcia militare rivoluzionaria, col suo fragore, al tono intimo e raccolto dell'inno sacro che aveva dato inizio all'Ouverture: i Russi vinceranno per la forza della loro fede, mentre i Francesi, atei e miscredenti, non hanno, dalla loro, che la forza delle armi.

A 6.25-7.01

interviene l'artiglieria russa: con proiettili mirati da lontano, apre larghe faglie nelle file dei Francesi. Un colpo di piatti annuncia lo scoppio di una granata nel bel mezzo dello schieramento napoleonico.

Intanto la tempesta incalza: i Francesi ripiegano: La Marsigliese, ora, risuona sempre più lontana, evocando l'immagine di una bandiera sbrindellata dai mortai. 7.10-8-15

le campane all'orizzonte salutano la riconquistata serenità.

Ora Ciaikovski si accinge a descrivere l'altro aspetto della grande anima sacra, dopo il senso del sacro: la ricchezza e dolcezza delle tradizioni popolari; l'ingenuo amore dei semplici per la terra natale.

La canzone che segue appartiene al patrimonio folcloristico, e sicuramente Ciaikovski l'avrà udita infinite volte nella sua infanzia in campagna. È un canto di nozze simile a una danza in tondo.

Sul tema lirico, i fiati suonano due accordi in ostinato: è un umile harmonium che accompagna la semplice cerimonia nuziale; il rintocco delle campane è affidato al triangolo. Tutta questa stilizzazione fa del canto più un'eco della memoria: il ricordo di cose care, che una descrizione vera e propria.

Inizia un'altra canzone, questa volta virile e solenne; su di essa, poi, si innesta il canto originario fino a compendiare in sé i due caratteri del popolo russo: tenerezza per gli affetti familiari, ed eroico amore della patria. Anche qui, come al principio dell'Ouverture, lo stile per imitazione tra i due cori immaginari vuole esprimere la concordia, la solidarietà profonda tra tutti i nativi della ‘grande madre Russia’.

Mentre i due cori si allontanano pian piano, abbracciati, sul tutto si innesta una danza popolare (8.59-9.26)

dove Ciaikovski coglie in poche note il senso di comunione con la natura, di semplicità appagata, che contraddistingue la vita quotidiana di chi è nato in un paese dagli orizzonti così sconfinati. La danza, accompagnata da un tamburello, accomuna tutti: i bambini (flauto); le donne (oboe); i giovani uomini (clarinetto) e anche i vecchi, qui rappresentati da un comico fagotto che dà a questo festoso movimento in cerchio un tono grottesco.

10.40-11.10

con rapido trapasso si torna alla guerriglia: allora scopriamo che tutta questa scena idilliaca non era che una fantasia di soldati nostalgici. La battaglia è ancora in corso; anzi, è al suo culmine, dice Ciaikovski, riprendendo la descrizione dello scontro dal punto in cui l'aveva, prima, lasciata interrotta.

Dunque, anche la ritirata di Napoleone è stata un sogno? Sì: ce lo dice, il ritorno de La Marsigliese, ora più baldanzosa che mai. I Russi, in difficoltà, arretrano; la tromba li richiama all'attacco; ed essi, ora, hanno paura (gli archi, con quella sorta di stretta d'angoscia al cuore).

L'assalto si fa frontale, all'arma bianca, tra il divincolarsi dei corpi sempre più frenetici. Interviene l'artiglieria russa, provocando un fuggi-fuggi di uomini e cavalli. Il basso-tuba e timpani descrivono il cadere dei colpi di mortaio che sollevano colonne di fumo, neve e fango. Le trombe, suonando l'attacco, ricompattano i soldati che hanno perso l'orientamento.

Ricomincia la mischia; i Russi riescono a sfondare le linee nemiche: l'armata francese si ritira, accompagnata da una Marsigliese ora spaurita e rovinosa, affidata, com'è, ai goffi ottoni gravi. Sulla rotta dei nemici, i legni, ripetendone a mo' di scherno l'inizio, sembrano siglare col sarcasmo la disfatta, questa volta reale, di Napoleone l'invincibile.

11.20-12.26

gli echi della ritirata si fanno sempre più lontani: tornano le campane; tornano le canzoni e le danze: con sottile strategia Ciaikovski, per dirci che non si tratta, questa volta, di un sogno, trasporta il tutto in un registro più luminoso, intrecciando fin dall'inizio il tema delle nozze con un controcanto che lo abbraccia in un arcobaleno scintillante di pace e di concordia, e non citando, questa volta, il tema 'virile': quello della dedizione alla patria.

Non più guerra, ora, ma solo gli affetti della vita quotidiana. Ricomincia la danza, con note tenute dei legni che significano stabilità, riconquista della perduta fede nel futuro, mentre gli archi gravi continuano a eseguire piccole variazioni del canto precedente.

Il tempo ritorna, quindi, non più turbato, a scorrere: è in queste piccole differenze di orchestrazione e scrittura che si vede il genio all'opera, capace di raccontare coi suoni ciò che non si può dire con le parole.

All'appello manca solo l'altra grande ricchezza dell'anima russa, insieme alla fede e l'amore per le tradizioni: la passione per il racconto epico. Un popolo che sa creare miti, è un popolo sempre vivo: pensa Ciaikovski.

Così, a 12.38-13.00

la battaglia finale di Borodino diventa una storia da narrare sotto la luce della leggenda. Quelle figure guizzanti degli archi che prima indicavano la minaccia della armi, ora descrivono l'accorrere della gente a sentire la storia del trionfo. La Marsigliese risuona solo come un brutto ricordo; il tamburo rullante sta tra le mani di un bambino, e le fanfare militari che gli fanno eco sembrano strumenti giocattolo.

13.10-13.23

La Marsigliese echeggia ridotta a un moncone, come mutilato è l'esercito di Napoleone, reduce dalla Russia. Un crescendo di grande potenza porta a una serie di colpi di cannone a salve che funzionano da rituale esorcistico, sugli squilli dell'inno francese ora eseguito per intero, ma sotto la pioggia incessante della mitraglia. Nei racconti epici, si sa, tutto viene narrato per grandi effetti, con esagerazioni buone per spaventare i bambini e infondere negli adulti la gratitudine per avere evitato un massacro simile.

La folla si riversa per ogni dove sul sagrato della Chiesa del Salvatore, per assistere alla festa.

13.29-15.32

un'impressionante folata degli archi in progressivo rallentando, poi discendente sugli ottoni gravi, pone termine alla tempesta di neve, qui sostituita da un popolo in giubilo che agita le braccia in segno di esultanza. Ritorna l'inno sacro che aveva dato inizio al brano, questa volta affidato agli ottoni, in tono di orgiastico trionfo, mentre gli archi avvolgono il tema con la gioia della folla e i colpi dei piatti annunciano il ritorno del sole, dopo il lungo inverno.

Alla fine dell'inno ritorna la marcia militare francese: le divise e le armi lasciate dai soldati francesi in fuga vengono mostrate al popolo, come feticcio della vittoria; allora da tutta la folla accalcata si leva, spontaneamente l'inno Lunga vita allo zar, padre di noi tutti (15.53-16.09)

sulle salve di cannoni che la pace raggiunta rende consolazione del presente e monito per il futuro.

Un breve guizzo di tutta l'orchestra, e le note iniziali dell'inno diventano campane immaginarie, mentre la marcia francese si dissolve rapida come un incubo. Il brano finisce in un crescendo di percussioni: sorta di rito magico contro il ripetersi di simili tragedie.
Alessandro Zignani

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