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Lunedì, 08 Giugno 2015 16:40

Audiophile Sound 143 - maggio 2015 - Guida all'ascolto: Nik Lee and the Jingle Fellas - Stop at the Devil’s Crossroad

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 143 - Maggio 2015

Nik Lee and the Jingle Fellas - Stop at the Devil’s Crossroad

Stop at the Devil’s Crossroad è caratterizzato da un inizio scoppiettante: una bella rilettura di Shake It, Brake It, classico del repertorio di Charley Patton; uno dei padri putativi del Mississipi Delta Blues. Si tratta di un brano, presumibilmente composto attorno agli anni venti o trenta. La versione di Nik Lee and the Jingle Fellas spinge sullo shuffle, con tanto di fiati e una bella chitarra slide a guidare la traccia, che attorno ai 2:30 [02.23 – 02.51] dà il meglio di se in un assolo intenso ed evocativo.

Sin dall’inizio dell’album è possibile apprezzare l’ottima articolazione della sezione ritmica (contrabbasso e batteria), viva, dinamica e pulsante per tutto lo scorrere del brano.

New York City Blues, traccia numero 2, è forse più nota nella versione pubblicata dagli Yardbirds nel 1965, negli anni in cui Eric Clapton rivestiva il ruolo di chitarrista solista. La rilettura di questo classico del blues urbano, tradisce una certa ascendenza rock di Nik Lee e i suoi, sia nell’arrangiamento dei fiati, che nella ritmica, ma soprattutto nel delinearsi della voce e della chitarra. Si tratta di un pezzo travolgente, con qualche bpm in meno rispetto alla già citata versione degli Yardbirds. Il testo, ruota attorno all’incipit: “If you've ever been to New York City/ You know what I'm talking about”. Come tutti i blues, la dichiarazione d’intenti delle liriche avviene entro le prime due linee di testo, che anticipano (e spesso descrivono a grandi linee) il contenuto che verrà esposto nel brano. Sebbene la storia sia a base di sesso e di morte violenta, suona come un monito a chi si avventuri nei meandri di New York, specialmente per coloro che non siano avvezzi alla violenza urbana. Una scelta ottimale, da parte di Nik Lee and the Jingle Fellas, che introduce la questione del blues metropolitano, con una rilettura condita di fiati soul. L’attenzione è sul dialogo serrato fra voce solista, chitarra e fiati [00.53 – 02.05],

che ci permette di porre attenzione al dettaglio e alla naturalezza con la quale i vari strumenti possono dialogare, senza alcuna forzatura.

La traccia numero 3, Sportin’ Life blues, tradisce ancora una volta l’amore, da parte di Nik Lee and the Jingle Fellas, per il soul blues e per il repertorio claptoniano. Il brano è un classico, che venne portato all’attenzione del grande pubblico da Clapton, con una ruvida versione, che vedeva come ospite il grande J.J. Cale. Anche in questo caso, il testo ha un incipit molto intrigante e descrittivo: “I'm tired of runnin' around/Think I will marry and settle down/This ole sportin' life/It is a mean life, and it's killin' me”. Come avrete capito, non stiamo parlando di un’iscrizione al golf club o delle tristemente note partite di calcetto scapoli contro ammogliati, ma di ben altra ‘vita sportiva’….

La traccia è attribuita a Brownie McGhee, bluesman longevo originario del Tennessee, famoso per la sua collaborazione di lunga data con Sonny Terry; altro padre putativo del genere, con inclinazione folk. Stefano Nicli, Giorgio Beberi al sax baritono, Marco Pisoni al sax tenore, Christian Stanchina alla tromba e gli altri, ci regalano una cover molto elettrica, dove la dinamica esercita un ruolo predominante, attraverso continui dialoghi fra batteria e chitarra, spezzati da vamp di fiati. Apprezzabile, attorno ai 3:30 e seguenti [03.18 – 03.44] il rapporto solo/tutti e la forbice fra pianissimi e fortissimi.

 

Early Morning Blues, traccia numero 4, è uno dei classici di Blind Blake, l’indiscusso re della chitarra ragtime. Il blues in questione fu composto a metà degli anni venti. La versione Nik Lee and the Jingle Fellas trasporta il brano nella modernità, con fiati soul jazz [00.30 – 01.10],

che si incastrano attraverso trame delicate con gustose svisate di chitarre. La dinamica è molto pronunciata, ma è anche la traccia migliore per concentrarsi sul soundstage, che si rivela in tutta la sua naturalezza. La band ha una bella collocazione spaziale e una pronunciata profondità di campo. Del ragtime della versione originale rimane poco in questa versione, se non un certo incedere e una vaga configurazione ritmica. Il lavoro dei musicisti trentini, in quest’occasione, sembra rivolgersi a trovare un ponte possibile fra le loro forti influenze jazz e le radici della musica afro-americana stessa, molto forti nella versione originale di Blind Blake.

Il primo giro di boa dell’album, arriva con la traccia 5, Hey Hey Daddy Blues. Si tratta, ancora una volta, di un brano di Blind Blake: un ragtime eseguito da Stefano Nicli con la chitarra acustica e da Marco Pandolfi all’armonica, nella veste di ospite. Una bella interpretazione, che si colloca nel solco della tradizione, pur senza essere pedissequamente filologica. Dal punto di vista tecnico, sottolineiamo il dettaglio e l’impatto degli strumenti acustici [00.51 – 01.32].

Il soundstage, si fa più raccolto e si stringe attorno ai due musicisti, offrendoci un panorama d’ascolto realmente suggestivo.

L’impatto acustico prosegue anche nella traccia seguente, la numero 6, Make Me Down A Pallet On Your Floor, una traccia che vede nuovamente Nicli e Pandolfi dialogare. Questa volta la chitarra è suonata con la slide, ma il dettaglio mantiene tutta la sua precisione. Il soundstage è sempre raccolto e l’interplay dei due musicisti è ben restituito dalla dinamica. Il brano è un traditional, secondo alcuni risalente ai primi anni del ‘900, anche se le versioni più conosciute (e passate alla storia) sono quelle di Mississipi John Hurt, Jerry Roll Morton e Big Bill Bronzy. Una traccia toccante, che ci riporta direttamente al cuore della musica blues delle origini [00.11 – 00.32].

Nella successiva They're Red Hot, Stefano Nicli esordisce con un brano dominato dalla sua voce e dall’ukulele, oltre che dall’armonica di Pandolfi. Una rilettura piacevole e curiosa, che in parte stravolge (pur sempre rispettosamente) il brano originale di Robert Johnson, inciso nel 1936. Lo strumming preciso e accurato di Nicli sull’ukulele non porta la canzone in questione troppo lontano dai lidi blues. Nella parte solista [01.16 – 01.59],

si apprezza pienamente tutta la cura nella ripresa, e tutta la completezza della dinamica, soprattutto quando rientra l’armonica di Pandolfi.

Nella traccia 8, Shake That Thing, rientrano i Nik Lee and the Jingle Fellas al gran completo. Si tratta di una traccia fortemente ritmica, dominata dal groove di contrabbasso di Marco Stagni, che si distingue per articolazione e profondità. Il brano proviene dal repertorio di Papa Charlie Jackson, una figura molto importante per il blues del sud. Nicli e i suoi elaborano una versione ricca di soul e di jazz, con i fiati in grande spolvero [01.30 – 01.45],

che recupera dall’originale il gusto per il genere ballabile. Da segnalare, nella traccia, il contrasto fra il solo di Nicli alla chitarra elettrica, le parti in sezione dei fiati e i passaggi incalzanti della batteria di Andrea Polato.

Good Morning Blues, invece, si presenta sempre come un blues ballabile, ma la versione di Nik Lee and the Jingle Fellas conferisce una grinta elettrica [00.50 – 01.38] al classico intramontabile di Leadbelly.

Un altro esempio di poesia e di minimalismo letterario tipico del blues, lo possiamo trovare proprio nelle parole di questo brano: “When I got up this mornin' the blues was walkin' around my bed”. Quando il blues è un qualcosa di impalpabile, di vivo, vitale, ma anche misterioso, capace di esistere di vita propria. Non è il musicista che crea il blues, ma è soltanto l’interprete di qualcosa che è nell’aria che lo circonda. La presente rilettura non intacca il fascino dell’originale, ma ne accresce l’aura di mistero, con stacchi improvvisi, chitarra elettrica e una forte anima jazz.

Con Catfish blues le cose si tingono di hard, nel senso musicale del termine. La chitarra di Nicli si fa spessa e distorta, mentre la batteria e il basso lasciano vibrare tutta la loro anima blues rock. La traccia di Robert Petway risale al 1941 e fu di grande ispirazione per artisti come John Lee Hooker, BB King, Jimi Hendrix e Muddy Waters, proprio per il suo forte impatto. Sul finire degli anni sessanta, Catfish Blues divenne una traccia molto amata dai chitarristi blues rock, anche per la citazione che spinse Waters a comporre Rollin’ Stones, che tutti sappiamo dette l’idea a Keith Richards & Co. per il nome. Sebbene il brano si presenti con un forte incedere rock [00.01 – 00.41],

con momenti molti vicini al concetto di power trio delineato dai Cream, l’ascolto risulta ancora trasparente, il soundstage aperto e il bilanciamento equilibrato.

Affascinante rilettura quella di Weeping Willow Blues. Brano difficile, scritto da Pam Carter, ma portato al successo da Bessie Smith nel 1924. La band si concentra su di un’interpretazione che abbina un groove soul rock [02.42 – 03.43],

una potente chitarra elettrica slide e dei fiati in odore di Stax/Motown, che non dispiacerebbero ai Dap Kings di Sharon Jones. L’incedere sofferto della versione originale, sembra acquisire maggiore intensità in questa versione, dotata di un bilanciamento di alta scuola. Alti cristallini, zona mediana luminosa e bassi articolati, sono il cardino attorno al quale si dispone il profilo d’ascolto.

È ancora una volta il jazz, e le sue connessioni infinite con il blues, a far rivivere Walking My Troubles Away di Blind Boy Fuller, esponente di spicco del piedmont blues, ovvero il blues della East Coast. Si tratta di un pre-war blues, che affonda le proprie radici nel ragtime e nella cultura afro-americana delle origini. Lo sviluppo della cover si snoda attraverso un arrangiamento jazz soul della sezione fiati [01.29 – 01.57],

che dialogano con voce, chitarra e una sezione ritmica decisamente groovey. La versione di Nik Lee and the Jingle Fellas è un ottimo esempio di contrasti dinamici fra soli/tutto e pianissimi/fortissimi. L’incisione rivela, infatti, un’ottima forbice dinamica, mentre il dettaglio rimane di ottima qualità a qualsiasi livello di espressione dei singoli strumenti.

Intensa e dai toni noir è la rilettura di Black Dog Blues, un altro grande classico di Blind Blake, dove torna l’armonica di Pandolfi. Il brano mette in evidenza ancora una volta, l’estrazione jazzista dei fiati, mentre contrabbasso, chitarra e batteria [01.20 – 01.52],

tirano dritto con un tempo incalzante, che molto deve al white blues degli anni d’oro. Una traccia dove la pressione sonora è sicuramente maggiore e il soundstage è più affollato, ma che non mostra alcuna smagliatura rispetto a brani, almeno apparentemente più moderati.

La chiusura di questo intrigante percorso, attraverso alcune delle molte anime del blues è affidato ad un alternative take di Shake It, Break It, dove è la tromba con la sordina di Christian Stanchina a guidare il brano in chiave ragtime [00.20 – 00.34],

dialogando con la chitarra di Nicli. Un piccola perla conclusiva, una versione gioiosa e coinvolgente, che porta degnamente a conclusione il viaggio appassionante di questo Stop at the Devil’s Crossroad.

Simone Bardazzi

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