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Sabato, 26 Settembre 2015 13:29

Audiophile Sound 146 - ottobre 2015 - Guida all'ascolto: Music of Purcell, Handel, Parry & Stanford

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 146 - Ottobre 2015

Music of Purcell, Handel, Parry & Stanford

 

 

 

 

 

 

 

Se è vero che la storia di una nazione si può evincere partendo da quella della sua arte, e quindi anche della sua musica, ciò può essere particolarmente vero per ciò che riguarda la storia dello Stato inglese, come dimostra questo disco che con i suoi brani racconta, in un certo senso, l’iter storico di questo Paese attraverso tre fondamentali momenti, che corrispondono ad altrettante epoche d’oro della sua arte musicale.

A dire il vero, se proprio si vuole essere più precisi e cavillosi, si dovrebbe a rigor di termini parlare di “quattro epoche”, includendo anche quella che può essere considerata la prima, ossia il periodo della cosiddetta “musica elisabettiana”, quella che sorse e si affermò sotto il regno di Elisabetta I e del suo successore, Giacomo I, in un lasso di tempo che va all’incirca dal 1550 al 1625. Nel corso di questo periodo, anche grazie all’affermarsi del culto anglicano, ci fu un rinnovato interesse per le composizioni sacre, nelle quali si distinsero alcuni autori tra i quali William Byrd, che scrisse musica vocale e strumentale sia per i cattolici sia per i protestanti, senza dimenticare il fondamentale apporto dato dai madrigalisti e dai cosiddetti “virginalisti” (questi ultimi prendono l’appellativo da un particolare strumento a tastiera dell’epoca, il virginale, appunto) come Thomas Morley, John Bull, Orlando Gibbons e John Dowland.

Ma, tornando alle tre “epoche d’oro” rappresentate da questo CD, cominciamo dal primo, grande compositore preso in considerazione, Henry Purcell. Molti si chiedono che cosa avrebbe potuto comporre, creare un genio quale fu Wolfgang Amadeus Mozart, morto ad appena 35 anni; ma la stessa domanda dovrebbe essere posta anche nei confronti di questo sommo compositore inglese, che si vide portare via dalla morte ad appena 36 anni, probabilmente a causa della tubercolosi, fu l’artefice di una straordinaria visione musicale contraddistinta da autentici capolavori teatrali quali Dido and Æneas, King Arthur, The Fairy Queen e The Indian Queen, e da meravigliose opere strumentali, come le 12 Sonate a tre, per violino, viola da gamba e cembalo, le 13 Sinfonie per viola da gamba, le 8 Suites per clavicembalo e, soprattutto, le 10 Sonate a quattro, per due violini, viola da gamba e cembalo, date alle stampe nel 1697, ossia due anni dopo la morte di Purcell, da cui provengono i primi due brani registrati nel CD, ossia la Sonata in sol minore Z807 e la Sonata in si minore Z802 (quest’ultima divisa in due parti).

L’epoca di Purcell, nato nel 1659 e morto nel 1695, corrisponde grossomodo al periodo nel quale avvenne la Restaurazione (1660-1689), con il ritorno sul trono di Carlo II Stuart, dopo le vicissitudini causate dalla politica di Oliver e Richard Cromwell, e che si conclude con il regno di Giacomo II Stuart. Decenni di grandi mutamenti, tensioni, lotte intestine per assumere il potere reale e che ebbero un’indubbia influenza sull’arte del tempo e che Purcell ebbe modo di descrivere attraverso le sue mirabili composizioni.

La seconda “epoca d’oro”, musicalmente parlando è quella rappresentata da George Frideric Handel (come amava firmarsi una volta stabilitosi in terra d’Albione), ossia da Georg Friedrich Händel, uno dei più grandi compositori di tutti i tempi e che non era inglese, bensì sassone (nacque a Halle nel febbraio nel 1685), ma che visse a lungo, per poi morirvi, a Londra (esattamente dal 1711 fino al 1759), quasi cinquant’anni durante i quali si può ben dire che rivoluzionò gli usi e i costumi musicali del tempo e del luogo, soprattutto attraverso il meraviglioso genere dell’oratorio, ormai sganciato dalle sue radici cattoliche, per essere trasformato in una sorta di rappresentazione musicale che molto aveva in comune con la dimensione operistica (e che nel CD trovano spazio attraverso le arie Welcome as the dawn of day, tratta da Solomon, Yet can I hear that dulcet lay da The Choice of Hercules e Mortals think that Time is sleeping da The Triumph of Time and Truth). Il periodo nel quale Händel (o Handel, se si vuole in ossequio a quella che egli definiva la sua nuova patria) operò con la sua impareggiabile musica corrisponde a un momento cruciale della nazione inglese, allorquando, esattamente nel 1707, avvenne l’unione politica tra l’Inghilterra e la Scozia, che diede così vita al Regno di Gran Bretagna, il quale, sotto la spinta del progresso scientifico della Royal Society, dell’avvento dell’Illuminismo e grazie ad altre iniziative sociali ed economiche, andò incontro a un periodo di grossissime innovazioni scientifiche e ingegneristiche, che abbinate a una precisa politica estera di espansione, aprì la strada per la costituzione dell’Impero Britannico, destinato a dominare il mondo per molti decenni.

L’ultima “epoca”, quella in cui vissero e operarono Sir Charles Hubert Hastings Parry (1848-1918) e Sir Charles Villiers Stanford (1852-1924) rappresenta proprio il momento di massima espansione dell’Impero Britannico e di quello che sarebbe poi stato il Commonwealth. Entrambi grandi compositori di musica sacra, in questo CD vengono proposti quattro loro brani, tre di Parry: I was glad, Blest pair of sirens e il celeberrimo Jerusalem, nella versione orchestrata da un altro compositore, colonna portante della musica inglese del Novecento, Edward Elgar, e il Magnificat in sol maggiore di Stanford.

Henry Purcell – Sonata in sol minore, Z807

Violino (Cecilia Bernardini) – Violino (Huw Daniel) – Viola da gamba (Susanne Heinrich) – Tiorba (Lynda Sayce) – Organo da camera (Robert King)

Questa Sonata in sol minore rappresenta in assoluto uno dei vertici dell’arte strumentale del sommo compositore inglese e una delle pagine più importanti di tutto il XVII secolo. Si tratta di una ciaccona (ossia di una forma musicale derivata da una danza, probabilmente di origine spagnola), nella quale Purcell arriva a dipanare una linea melodica (espressa mirabilmente dai due violini) che si trasforma fin da subito in un fitto e straordinario dialogo [00.50 - 01.20],

sul quale interviene, in quei passaggi focali che determinano una variazione timbrica e armonica, la viola da gamba, mentre la tiorba e l’organo da camera (uno strumento a tastiera, quest’ultimo, assai in voga in tutto il Rinascimento e nel primo Barocco) punteggiano il tutto nel loro ruolo del basso continuo [01.32 - 02.24].

È un Adagio che dura quasi sette minuti durante i quali, come annota giustamente Robert King, prodigiosamente il tempo si ferma, si annulla.

Nel corso di questo dialogo i due violini si confrontano, si sfuggono, si cercano e danno vita a momenti di grande virtuosismo [02.28 - 03.12],

in cui si alternano squarci di riflessione e di meditazione che alimentano una pacata tristezza, una dolce onda di malinconia che s’impossessa dell’ascoltatore, che resta ipnotizzato da questo magma melodico che tutto avvolge e immalinconisce. Di fronte a questo commovente capolavoro c’è forse da meravigliarsi se quando Purcell morì così precocemente, uno dei membri del coro della Cappella Reale, Thomas Tudway, lo definì testualmente «il più grande genio che abbiamo mai avuto»?

 

Henry Purcell – Sonata in si minore, Z802

Violino (Cecilia Bernardini) – Violino (Huw Daniel) – Viola da gamba (Susanne Heinrich) – Tiorba (Lynda Sayce) – Organo da camera (Robert King)

Anche questa composizione, suddivisa in cinque parti, Adagio – Canzona – Largo – Vivace – Grave, rappresenta uno dei migliori risultati della musica strumentale di Henry Purcell. L’Adagio iniziale, come tipico dell’epoca, rappresenta un’apertura malinconica, con i due violini che sospirano, singhiozzano, capaci di far scendere ombre velate sulla scena musicale [00.01 - 00.35].

Poi, improvvisamente, un raggio di luce illumina la scena, con l’irruzione della Canzona, con i due strumenti protagonisti che mutano registro e con un timbro quasi giocoso, scherzoso, prendono a dialogare, a lanciarsi soavi motti di spirito [00.54 - 01.55],

mentre gli altri strumenti sembrano stupiti di fronte a tale cambiamento. Ma la spensieratezza dura poco, perché ecco incombere il Largo (Track 03), che impone un nuovo scorcio fatto di densi ricordi che a distanza di tempo hanno il sapore agrodolce rappresentato dalla melodia dei due violini sorretti, quasi soccorsi dal basso continuo dell’organo da camera, mentre la viola da gamba e la tiorba sembrano alimentare ulteriormente questo flusso di rimembranze che cadono a terra come le foglie degli alberi in autunno [00.01 - 00.48].

Un momento assolutamente accorato, struggente. Ma Purcell è un musicista che sa usare le note, gli accordi come un pittore usa i colori e così, con una pennellata decisa, cambia ancora il volto alla composizione, dando inizio al densissimo Vivace, che mette in mostra un’incredibile gamma di soluzioni timbriche, con tutti gli strumenti che si parlano, si accalorano, felici come se fossero immersi in una splendida giornata estiva di sole [02.58 - 03.45],

quando la vita mostra il suo lato più bello e gioioso, con le campane che suonano a festa. Quelle stesse campane, ossia il ritmo sul quale danzavano gli strumenti, che nell’ultima, brevissima parte, il Grave, rallentano il loro rintocco per lasciare spazio a un momento di solennità, di riflessione al quale, né la musica, né l’ascoltatore possono rinunciare [04.42 - 05.07].

 

George Frideric Handel - Welcome as the dawn of day (Solomon)

Solomon (Iestyn Davies - controtenore) – Regina di Solomon (Carolyn Sampson – soprano) The King’s Consort – Robert King

Composto fra il maggio e il giugno del 1748, ed eseguito in prima assoluta al Covent Garden nel marzo dell’anno successivo, questo oratorio non presenta un amore contrastato o una passione travolgente, non vi sono battaglie, non sono presenti gelosie, ma mostra semplicemente re Salomone e la consorte, la regina, innamoratissimi e felici, come dimostra quest’aria, che fa parte della seconda scena dell’Atto Primo, il cui titolo tradotto è “Benvenuto come l’alba del giorno”, nel quale la regina accoglie il suo re come un viandante sfuggito alle tenebre [00.23 - 00.35]

e Salomone che le risponde, descrivendola come un boschetto di mirto e il cui respiro è come quello di una radura profumata [00.39 - 00.51].

Dopo aver declamato i loro saluti, i due riprendono i versi dell’aria intrecciandoli come un sublime atto di amore eterno, il tutto sotto un sontuoso, ma raccolto tappeto sonoro dipanato dall’orchestra [00.55 - 01.07].

 

George Frideric Handel - Yet can I hear that dulcet lay (The Choice of Hercules)

Hercules (Iestyn Davies - controtenore) – The King’s Consort – Robert King

Questo oratorio fu rappresentato per la prima volta nel 1751 e vede protagonista assoluto l’eroe mitologico, il quale deve prendere una decisione, ossia se cedere al Piacere o restare fedele alla Virtù (la quale avrà naturalmente la meglio sul primo), i quali sono rappresentati da personaggi reali all’interno del meccanismo scenico e del libretto. A differenza di altri oratori (anche se lo stesso Handel definì quest’opera “A Musical Interlude”), l’orchestrazione è ricchissima, visto che si aggiungono flauti traversi, fagotti, corni e trombe. L’aria in questione, che si può tradurre in “Eppure sento quella melodiosa posa”, rappresenta il momento nel quale Hercules deve dire qualcosa, dopo che il Piacere e la Virtù hanno esposto le loro ragioni. Ma l’eroe prende tempo (rappresentato simbolicamente dall’andamento lento orchestrale) [00.37 - 01.01]

e, a prima vista, non lascia presagire una decisione che l’eroe vuole prendere a favore della Virtù, visto che la melodia lascia trasparire un sottile languore sensuale (reso soavemente dagli archi) [03.11 - 03.42].

Eppure, Hercules resiste alle lusinghe del Piacere, anche se si domanda fino a quando potrà resistere alle sue tentazioni.

 

George Frideric Handel - Mortals think that Time is sleeping (The Triumph of Time and Truth)

Nel 1707, quando ancora si trovava in Italia, Handel compose un oratorio in italiano dal titolo Il trionfo del tempo e del disinganno. Trent’anni dopo, ormai approdato in Inghilterra, decise di rivedere e ampliare l’opera per adattarla meglio al gusto e alle esigenze del pubblico inglese, dandole un nuovo titolo, Il trionfo del tempo e della verità. Infine, nel marzo del 1757, a soli due anni dalla morte, il Sassone decise di ampliare ulteriormente la composizione, traducendola in inglese e intitolandola The Triumph of Time and Truth. Benché Jephtha, che risale a sei anni prima, sia considerato l’ultimo oratorio di Handel, questa nuova versione del Trionfo rappresenta l’ultima elaborazione effettuata dal musicista per ciò che riguarda questo genere musicale, con il libretto che fu tradotto in inglese probabilmente da Thomas Morell. La première avvenne l’11 marzo 1757 al Royal Opera House diretta dallo stesso compositore, anche se ormai a quell’epoca la sua salute era già compromessa. Non esiste, quindi, una grande differenza tra il libretto in italiano, scritto dal cardinale Pamphili e la versione in inglese, che vede allegoricamente protagonisti quattro personaggi che impersonano la Bellezza, il Piacere, la Verità (ossia il Disinganno) e il Tempo, anche se nell’edizione inglese si aggiunge quello dell’Inganno, mentre quello del Disinganno venne trasformato nel Consulente. Ed è proprio quest’ultimo che canta l’aria inclusa nel disco, Mortals think that Time is sleeping (“I mortali credono che il tempo stia dormendo”), anche se poi, come recita il testo poetico, in realtà è sempre ben vigile e quando incombe sugli uomini arreca dolore e distruzione. Musicalmente, rispetto alle due precedenti arie, questo brano risente musicalmente della tradizione italiana, con la voce solista che viene accompagnata da un sottile e delicato disegno melodico che non ha nulla dell’opulenza strumentale degli oratori composti in Inghilterra, senza contare il maggiore virtuosismo richiesto al cantante [00.01 - 02.01].

Poi, improvvisamente, c’è un cambiamento di ritmo, con la voce sollecitata dall’accompagnamento del clavicembalo [03.13 - 03.35],

prima che la delicata tessitura (enunciata ancora dal flauto diritto) prenda di nuovo il sopravvento, fino al mesto finale dell’aria.

 

Sir Charles Parry - I was glad

Choir of The King’s Consort – The King’s Consort – Robert King

Questo brano, uno dei più celebri per ciò che riguarda il repertorio della moderna musica sacra anglicana, rappresenta un tipico esempio dell’arte compositiva di Charles Parry [per maggiori ragguagli, si veda la mia recensione relativa all’omonimo CD che appare in questo stesso numero di AS]. La storia di I was glad (il cui titolo riprende il primo versetto del Salmo 122 “Quale gioia”) prende avvio nel 1902, quando Sir Frederick Bridge, organista dell’Abbazia di Westminster e direttore musicale per l’incoronazione di Edoardo VII, ricevette il benestare da parte del sovrano di contattare Sir Parry per chiedergli di comporre appositamente un inno (anthem) che sarebbe stato intonato al momento dell’ingresso del nuovo sovrano per la cerimonia della sua incoronazione, che sarebbe poi avvenuta il 9 agosto dell’anno successivo proprio a Westminster.

Parry ultimò l’inno il 25 maggio, con il preciso intento di salutare, grazie all’introduzione orchestrale (soprattutto data dagli ottoni) e alle voci del coro, l’ingresso dei sovrani nell’abbazia [00.01 - 01.15].

L’inno avrebbe poi ricalcato l’avvicinamento della coppia reale all’altare attraverso un lento passaggio antifonale, interrotto dalle grida di acclamazione “Vivat Regina Maria!” e “Vivat Rex Georgius” al loro passaggio attraverso la lunga navata, anticipate dall’intervento possente degli ottoni [03.08 - 04.00].

 

Sir Charles Parry - Blest pair of sirens

Choir of The King’s Consort – The King’s Consort – Robert King

Nel 1887, Charles Stanford, direttore del Coro Bach di Londra dal 1885, commissionò a Parry un lavoro corale che sarebbe stato incluso per le celebrazioni del Golden Jubilee della regina Vittoria, per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sua reggenza al trono d’Inghilterra. Parry accettò e trovò subito il testo che avrebbe accompagnato la musica, il poema “At a Solemn Musick” di Milton, che lo aveva colpito fin da giovane, anche se poi il brano fu intitolato Blest pair of sirens, ossia come recita il primissimo versetto della poesia. L’apertura di questo brano richiama alla mente il preludio de Die Meistersinger von Nürnberg di Wagner, la musica del quale affascinava Parry [00.01 - 01.19].

Tutta questa pagina è ammantata da un indubbio ottimismo e mette in luce l’influsso che il linguaggio musicale di Bach e di Brahms ebbe sul modo di comporre del compositore inglese, capace di padroneggiare e plasmare perfettamente sia la materia strumentale, sia quella corale [04.28 - 05.23],

dando vita a una composizione che fu poi presa come esempio da parte di autori successivi come Elgar e Vaughan Williams.

 

Sir Charles Parry - Jerusalem

Choir of The King’s Consort – The King’s Consort – Robert King

Fu un vecchio amico di Parry, il poeta Robert Bridges, a chiedergli di scrivere un inno da far suonare e cantare durante gli incontri dell’associazione “Fight for Right Movement”, un’organizzazione politica fondata da Sir Francis Younghusband come strumento per incoraggiare la nazione e il popolo inglesi a restare saldi di fronte alla propaganda tedesca durante la Prima guerra mondiale. Parry, anche in questo caso, si affidò alle sue conoscenze letterarie e trovò in una poesia di William Blake, “And did those feet in ancient times”, il testo ideale sul quale edificare uno dei brani musicali più famosi di tutta la storia della musica inglese e che dal 1916 viene immancabilmente eseguito in ogni manifestazione o evento, oltre che nelle funzioni religiose, per rimarcare l’orgoglio e il coraggio del suo popolo davanti ai soprusi e alle minacce di chi vorrebbe ledere la sua libertà e il suo senso di appartenenza allo Stato. Oltre alla versione orchestrata di Parry, nel 1922 un altro grande compositore inglese, Edward Elgar, decise di adattare la partitura per grande orchestra, versione scelta da Robert King per il suo CD. Tutto il brano è un inno alla resistenza, dove non si lesina anche sulla retorica del testo [00.15 - 01.17],

enfatizzata da una massa orchestrale che ha il preciso compito di esaltare gli animi e di far serrare le fila [02.20 - 02.53].

 

Sir Charles Stanford – Magnificat in sol maggiore

Carolyn Sampson (soprano) – Choir of The King’s Consort – The King’s Consort – Robert King

L’altro grande compositore di musica sacra, Sir Charles Stanford, fu uno specialista delle musiche che venivano eseguite nel corso del cosiddetto “Evening service”, ossia le preghiere e i canti intonati durante le funzioni ecclesiastiche serali, composti da un Magnificat iniziale e dal cantico del Nunc dimittis [di quest’ultimo parlo più diffusamente nella mia recensione al CD]. E sicuramente tra i vari Magnificat che Stanford compose, quello in sol maggiore, scritto nel 1902 per la St George’s Chapel e dedicato Sir George C. Martin, organista nella Cattedrale di San Paolo, è uno dei più belli e rappresentativi in assoluto. In questa pagina, ciò che colpisce è il ruolo di prima grandezza fornito al soprano, che assume quasi la dimensione di un Lied di schubertiana memoria, incastonato in una delicatissima tessitura orchestrale [00.06 - 00.40],

prima che intervenga il coro che conclude trionfalmente il brano [03.10 - 03.52].

 

Andrea Bedetti

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