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Domenica, 30 Aprile 2017 16:30

Audiophile Sound 159 - marzo 2017 - Guida all'ascolto: Beethoven - Sonate "Patetica" e n. 1 & 2 Op. 27

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 159 - marzo 2017

Ludwig van Beethoven - Sonate "Patetica" e n. 1 & 2 Op. 27

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Queste tre Sonate di Beethoven (soprattutto l’op. 13 “Patetica” e la Sonata n. 2 op. 27, detta “Al chiaro di luna”) sono emblematiche non solo per capire l’evoluzione pianistica di Beethoven in un brevissimo periodo di tempo che va dal 1797, anno di stesura della prima Sonata, fino al 1801, anno in cui il genio di Bonn lavorò alle Sonate op. 27, ma anche per comprendere meglio l’uomo Beethoven, le sue pulsioni emotive, i suoi ardori sentimentali, la sua fragilità celata dietro la maschera del suo titanismo. Opere fondamentali per la storia della musica per pianoforte, dunque, e testimonianze intime, allo stesso tempo, della sua vita privata.

Pubblicata nel 1799, l’op. 13 ebbe dallo stesso Beethoven il titolo di “Patetica”. La sua importanza è data dal fatto che con quest’opera inizia il periodo in cui il pianismo del genio di Bonn apre al “pathos”, al dramma, abbandonando il vecchio stile legato ancora ai richiami e agli “amori galanti” rappresentati dal tardo Barocco. La “Patetica” fu una Sonata talmente rivoluzionaria che fece subito colpo sui contemporanei, a cominciare da Ignaz Moscheles, destinato a diventare uno dei più grandi pianisti dell’Ottocento, che nei suoi Ricordi scrisse: «Appresi dai miei compagni di corso che a Vienna era giunto un giovane compositore di nome Beethoven. Questi rendeva nella propria musica le più singolari esperienze della vita, tanto che nessuno era in grado di comprenderle o di suonarle: una musica barocca, irriducibile entro le regole. Andai allora alla biblioteca pubblica per soddisfare la curiosità destata dall’eccentrico genio, e vi trovai la sonata “patetica” ... La novità del suo stile mi parve tanto accattivante, e fui preso da una tale ammirazione per essa, che non potei trattenermi dal parlare della nuova conquista al mio maestro. Questi mi mise in guardia dallo studio e dalla esecuzione di opere eccentriche prima che il mio stile si fosse rafforzato su solide basi. Non disdegnai il suo consiglio, ma non potei fare a meno di mettere sul leggio le opere di Beethoven man mano che uscivano, e vi ho trovato un conforto e una soddisfazione quale non mi è stata concessa da nessun altro compositore».

Le due Sonate dell’op. 27 non presentano la tipica forma classica della sonata, tanto è vero che lo stesso Beethoven le definì Sonate quasi una Fantasia. Entrambe, pur essendo dedicate a persone diverse, delle quali una assai cara al musicista tedesco, furono raccolte in una sola opera e questo per motivi editoriali e anche per il fatto che, non obbedendo alle leggi formali della sonata, vanno eseguite senza interruzioni, ossia come una vera e propria Fantasia (non dimentichiamo che per la cultura musicale tedesca il termine “Fantasia” ha valore di “improvvisazione”).

La prima sonata fu dedicata alla principessa Sofia di Liechtenstein, la moglie del maresciallo di campo generale reggente di Liechtenstein, cugino del conte di Waldstein, quest’ultimo uno degli aristocratici che protessero e aiutarono finanziariamente Beethoven. Sofia, a detta di diversi biografi e storici della vita del musicista tedesco, fu una sua allieva (probabilmente la conobbe ancora ai tempi in cui era a Bonn, oppure a Vienna, nel salotto del principe Lichnowsky, altro mecenate di Beethoven). L’altra Sonata, invece, fu dedicata a Giulietta Guicciardi, nella quale molti, a cominciare da Schindler, il primo biografo del compositore, hanno visto la celeberrima “immortale amata”, ossia la misteriosa donna amata perdutamente dal musicista, punto fermo delle sue concezioni sul sentimento e squisito esempio dell’amore travagliato e infelice esaltato dal Romanticismo (mentre altri hanno voluto individuare l’“amata immortale” nella contessa Teresa von Brunswick). Giulietta, infatti, appartenente a una nobile famiglia originaria del Ducato di Modena e stabilitasi a Vienna, non poté condividere il sentimento provato da Beethoven nei suoi confronti in quanto andò in sposa al conte Gallemberg, un’unione rivelatasi poi infelice. L’appellativo di “Sonata al chiaro di luna” non è di Beethoven (nei Paesi di lingua tedesca è conosciuta anche con il titolo di Lauben Sonata, ossia “Sonata del pergolato”, poiché una certa tradizione popolare voleva che fosse stata scritta dal musicista sotto il pergolato di un giardino). In realtà a chiamarla “al chiaro di luna” fu il critico musicale berlinese Ludwig Rellstab, che paragonò il famoso primo tempo della Sonata al chiaro di luna che si diffonde sul Lago dei Quattro Cantoni in Svizzera.

Sonata n. 8 in do minore, op. 13 “Patetica”

L’incipit di questa Sonata è uno dei più celebri di tutta la letteratura pianistica, con una misteriosa e ardua indicazione che prevede un attacco a piene mani dell’accordo con cui si apre il “Grave” introduttivo, un fp, ossia un attacco forte che subito si trasforma in un piano, il che è apparentemente ineseguibile sulla tastiera, anche se il leggendario Edwin Fischer è stato l’unico, con le sue mani, a rendere magistralmente questa apparente contraddizione timbrica. Si tratta di un momento simbolicamente emblematico che suggerisce l’immagine di un freno, di un reprimere sul nascere uno slancio irrefrenabile. L’inciso iniziale, che viene ribadito per tre volte [00.02 - 00.40],

su cui si basa tutta la splendida introduzione, col suo ritmo doppiamente puntato che vede contemporaneamente la mano destra eseguire un passaggio ascendente, mentre la mano sinistra ne effettua un altro discendente [00.41 - 01.05],

sembra richiamare il sorgere della luce del giorno che vince, con l’inizio dell’alba, le tenebre della notte. Da qui l’irruzione dell’“Allegro di molto e con brio”, che prende avvio con un tremolo della mano sinistra che sostiene il primo tema dell’esposizione [01.41 - 02.11],

al quale si sostituisce poi la splendida cantabilità del secondo tema [02.13 - 03.05].

Alla fine dell’esposizione del secondo tema, si sussegue una serie di tre codette, [03.27 - 03.56]

per collegarsi genialmente allo sviluppo, dove la prima parte dell’introduzione si ripresenta. Attacca subito nuovamente la cantabilità della seconda frase dell’introduzione [03.58 - 04.30],

cui segue la breve ripresa [04.31 - 05.06],

la quale si arresta su un fortissimo accordo [05.07 - 05.11]

che fa tornare ancora prepotentemente le prime battute del “Grave” introduttivo, con un carattere ancor più drammatico [05.13 - 05.40],

che proietta il movimento verso il finale che lo chiude titanicamente.

L’“Adagio cantabile” che segue rappresenta simbolicamente la pace che cala sulla natura dopo gli sconquassi provocati da un furioso temporale, con un’intensa melodia dall’incedere tipicamente vocale [00.01 - 00.59]

i cui ritorni sagacemente variati ogni volta risultano dolcemente rassicuranti.

Il movimento conclusivo è un “Rondò allegro”, contraddistinto da un trascinante contrappunto a due voci, che proietta indietro nel tempo lo spirito della Sonata per via delle sue proporzioni squisitamente settecentesche [00.01 - 00.18]

e che presenta passaggi in cui la brillantezza si unisce alle difficoltà tecniche [00.35 - 01.09].

 

Sonata n. 13 in mi bemolle maggiore, op. 27 n. 1


Nella prima delle due Sonate dell’op. 27 i quattro movimenti che la compongono sono collegati idealmente (come si è detto quest’opera dev’essere eseguita come se fosse una Fantasia). Il primo movimento, “Andante - Allegro - Tempo I”, si concretizza in un tema con variazioni in tempo moderato, che comprende due intermezzi. Il tema è assai semplice, dal sapore decisamente popolaresco [00.01 - 00.56],

cui seguono il primo intermezzo [00.57 - 01.30]

e una variazione [01.31 - 02.57].

Il secondo intermezzo è più ampio e, come spesso capita con Beethoven, irrompe impetuosamente [02.58 - 03.40],

frantumando l’idilliaca tranquillità precedente. Questo secondo intermezzo lascia poi spazio a un’altra variazione [03.43 - 04.39]

 

e una brevissima coda [04.40 - 05.12].

Il secondo movimento, “Allegro molto e vivace”, è un’autentica gemma. Si tratta di uno Scherzo dall’incedere misterioso e sfuggente [00.01 - 00.42],

che presenta un bizzarro e umoristico “Trio” [00.43 - 01.59],

alla fine del quale il tema iniziale si ripresenta portando a conclusione il brano.

Il terzo movimento, “Adagio con espressione”, ha la chiara funzione di condurre al finale [00.01 - 00.49],

il quale, “Allegro molto - Presto”, attacca subito presentando uno spirito squisitamente e sorprendentemente “neobarocco” (quasi come se Beethoven volesse giocare con l’ascoltatore), con un incedere virtuosistico [00.01 - 00.25]

che richiama alla mente gli sviluppi formali che si ottengono con clavicembali dotati di due tastiere [00.34 - 00.52],

con il tema del movimento Adagio che si ripresenta inaspettatamente alla fine del movimento [04.03 - 05.22]

prima della conclusione vivace e scanzonata.

Sonata n. 14 in do diesis minore, op. 27 n. 2

L’inizio del primo tempo di questa Sonata [00.01 - 00.25],

“Adagio sostenuto”, è a dir poco celeberrimo, quintessenza di un crepuscolarismo sul quale il Romanticismo costruirà storie e leggende a non finire. Il tenue e struggente ritmo trova il suo naturale compimento all’interno di una semplice forma tripartita, in cui la sezione centrale [02.30 - 03.38],

variando il movimento delle terzine che fanno da accompagnamento, appare come un delicato e nostalgico sviluppo del tema iniziale. La ripresa di quest’ultimo [03.42 - 04.28]

cambia all’insegna di impercettibili e delicatissimi mutamenti timbrici e di un’impalpabile intensificazione dell’espressione, con la breve coda conclusiva [05.17 - 06.10]

che ripresenta l’inciso iniziale della melodia eseguendolo sul registro basso.

Il movimento che segue, un “Allegretto”, presenta il tipico carattere rasserenato di un intermezzo che, con la grazia del suo tema [00.01 - 00.29]

e la simmetria della forma [00.48 - 01.29],

sembra rievocare un certo stile galante in voga nel Settecento.

Come sempre, in Beethoven dopo la calma sopraggiunge la tempesta, rappresentata dall’inaudita violenza con cui irrompe il “Presto agitato” conclusivo il quale si basa su due temi di carattere fra loro opposto. Il primo tema è un implacabile arpeggio che sale sulla tastiera fino a schiantarsi su un accordo violentemente ribattuto [00.01 - 00.31],

mentre il secondo tema appare drammaticamente incalzante [00.32 - 01.07].

Vi è poi la ripetizione dell’esposizione dei due temi [01.42 - 03.13],

che cede il passo allo sviluppo, nel quale i temi vengono ripresentati in modo trasfigurato [03.35 - 04.30].

La ripresa dei due temi porterebbe, inevitabilmente, alla conclusione del movimento, ma ancora una volta Beethoven, con il suo genio, stupisce l’ascoltatore dando inizio a una straordinaria coda che prende avvio con l’ennesima violenta percussione dell’accordo del primo tema che si trasmuta immediatamente in una sbalorditiva serie di accordi arpeggiati [06.09 - 06.20]

i quali portano a una straniante ripresa del secondo tema, rinviando ulteriormente la conclusione del movimento [06.21 - 06.38],

che lascia poi spazio a un’ennesima serie di arpeggi e a una scala [06.39 - 07.10],

i quali sfociano in due battute con l’indicazione “Adagio” (!) [07.11 - 07.20],

lasciando infine spazio all’ultima, impetuosa volata del tema principale.

Andrea Bedetti

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