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Sabato, 22 Luglio 2017 17:21

Audiophile Sound 161 - maggio 2017 - Guida all'ascolto: I quattro gradi di separazione

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 161 - maggio 2017

I quattro gradi di separazione

 

 

 

 

 

 

 

Come si potrà capire meglio con maggiori dettagli nel box preparato dallo stesso Marco Lincetto, il CD accluso a questo numero di Audiophile Sound è veramente particolare e anche divertente, oltre a far scoprire all’ascoltatore un gioco che è anche una sorta di esperimento psicologico attraverso il quale capire quali sono quelle concatenazioni di brani musicali che lo intrigano maggiormente.

Qui, invece, andiamo a capire meglio quali brani Marco Lincetto ha inserito nel CD, confezionato ad hoc per i lettori della rivista. Cominciamo con il blocco che appartiene al primo “grado di separazione”, dedicato espressamente alle origini della canzone napoletana, la quale ha delle origini assai nobili, anche per ciò che riguarda una delle danze in assoluto più popolari della musica tradizionale del meridione, ossia la tarantella, che diviene nel 1845 (anche se altre fonti portano la data del 1835) un’altrettanta celebre canzone che porta l’omonimo titolo della danza.

La Tarantella è dunque la rivisitazione in chiave canora della danza, rielaborata da Francesco Florimo e Achille De Lauzieres su un antichissimo tema popolare e ne rappresenta un’accurata descrizione, a cominciare dal ritmo [00.01 - 00.48],

e con i versi del testo che presentano le varie figurazioni, con le celebri schermaglie fatte dai danzatori [00.50 - 01.31].

C’è anche da dire, però, che la tarantella nacque forse in Puglia, come sostengono diversi studiosi, che ne attribuiscono il nome alla città di Taranto e alla figura dei “tarantolati”, ossia di coloro che, morsi dalla tarantola, uno dei pochi ragni velenosi presenti nella nostra penisola, restano vittime del cosiddetto “Ballo di San Vito”, scatenandosi in un ballo frenetico e senza sosta, girando perennemente in circolo.

Segue il Canto delle lavandaie del Vomero, su testo di Anonimo del XIII secolo, il quale può essere considerato il primissimo esempio di canzone napoletana, un brano, dal famosissimo ritornello, assurto a canto di protesta contro la dominazione aragonese, in particolare contro Alfonso d’Aragona, il quale aveva promesso la distribuzione delle terre al popolo napoletano senza mai però mantenere l’impegno preso. Non per nulla, il termine “moccature” (che nel dialetto partenopeo significa “fazzoletti”) [00.17 - 00.32],

più volte presente nel testo della canzone, si riferirebbe allegoricamente agli appezzamenti di quelle terre usurpate e mai restituite. Canto di protesta che poi, nel corso del tempo, fu scelto dalle lavandaie napoletane che lo intonavano per darsi il ritmo durante il duro lavoro di pulizia dei panni al Vomero [01.02 - 02.00],

che a quel tempo era solo una collina rurale e che non faceva ancora parte della città vera e propria.

È la volta poi di un altro brano, di autore anonimo del XIII secolo, che è ormai un classico della canzone napoletana, Lo Guarracino, anch’esso basato su un ritmo di tarantella attraverso il quale si dipana un testo indubbiamente fantasioso in cui trovano posto diversi personaggi, dalla bella Sardella al giovane e focoso pretendente Guarracino, dall’anziana ruffiana che incoraggia l’incontro fra i due fino alla spiona e l’ex fidanzato geloso, oltre ai vicini di casa, ai parenti, agli amici, conoscenti e agli amici degli amici [00.09 - 00.54].

Tutti costoro, dopo essersi armati fino ai denti, si dividono in due fazioni, pronte a darsele di santa ragione. Ma in agguato c’è il colpo di scena: sì, perché il tutto si svolge non in un vicolo di Napoli, bensì nei fondali marini del golfo di Napoli, visto che i personaggi sono in realtà pesci e molluschi di ogni tipo e specie [03.30 - 04.17]:

triglie, trote, tonni, calamari, pesci spada, ostriche, vongole, aragoste e altri ancora.

Ma la canzone napoletana non deriva soltanto da un’origine popolare, ma anche da connotati stilistici e artistici che prendono le mosse da un genere musicale più colto, quello della “villanella”, che prese piede nella prima metà del Cinquecento per merito del musicista ed editore De Colonia e coltivata anche da due grandi musicisti fiamminghi, Orlando di Lasso e Adrian Willaert. Del primo, il CD presenta la meravigliosa villanella Sto core mio, che risale al 1550 [00.12 - 01.15].

I quattro brani che appartengono al blocco del secondo “grado di separazione” sono gli stessi, come ricorda anche Marco Lincetto, del primo blocco ma cambiano gli interpreti e gli strumenti (e il loro ascolto, subito dopo le versioni del primo “grado di separazione”, farà capire quanto sia importante nella musica l’uso di un differente ensemble per modificare radicalmente la resa timbrica di una stessa composizione).

Con il terzo “grado di separazione” lasciamo il genere della canzone napoletana per affrontare quello della musica popolare francese e inglese, iniziando con un altro incantevole brano vocale di Orlando di Lasso, Mon coeur, un pezzo che talvolta viene considerato un madrigale, ma che appartiene in realtà al tipico stile della chanson polifonica francese, assai popolare nel XV e XVI secolo. Il soggetto, tipico di una chanson, è l’amore che qui viene esaltato dalle parole di un innamorato che affida, speranzoso, il proprio cuore alla donna amata dalla quale è stato allontanato [00.01 - 00.40].

Il secondo brano, The Three Ravens, su testo di Thomas Ravenscroft, anche se il tema e parte degli stessi versi sono sicuramente più antichi, rientra nel genere della ballata inglese. Questo pezzo venne incluso nel 1611 nella raccolta Melismata e narra di tre corvi necrofagi che discutono su dove e che cosa potrebbero mangiare [00.01 - 00.29].

Uno dei tre avvisa gli altri di un cavaliere appena ucciso, ma quando volano sul suo cadavere scoprono che il corpo senza vita del cavaliere è sorvegliato dai suoi fedeli falchi e cani [00.49 - 01.06].

Inoltre, una cerbiatta, che rappresenta metaforicamente l’immagine dell’amante, si avvicina al corpo e bacia le sue ferite, per poi trascinarlo via di lì e sotterrarlo per impedire che si faccia scempio delle sue membra, lasciando così i corvi senza pasto [01.32 - 02.46].

Dello stesso Thomas Ravenscroft è il brano successivo, un’altra ballata A Round Of Three Country Dances In One, in cui nella prima strofa si spiega il perché di questo titolo, in quanto lo stesso autore si compiace per la bella trovata di aver riunito in un unico pezzo tre differenti arie di danza che si introducono a canone [00.01 - 00.27],

invitando poi gli ascoltatori, sulla tipica tradizione del nonsense e dello scherzo, a ballare, per poi lamentarsi, nell’ultima strofa della ballata, dei lancinanti dolori provocati dalla leggerezza della borsa, che desolatamente non conserva nemmeno una moneta [01.36 - 02.24].

L’ultimo brano del terzo “grado di separazione” è di un grande musicista inglese che visse tra il XVI e il XVII secolo, John Dowland. Si tratta di Woeful Heart, un brano pubblicato nel 1600 nella raccolta The Second Book of Songs or Ayres e basato su un testo di Anonimo e musicato dallo stesso Dowland per quattro voci e liuto (qui nella versione senza accompagnamento), nel quale, con tono e suoni dolenti, il cuore di un uomo, oppresso dal dolore dell’esilio, rimpiange gli occhi dell’amata [00.01 - 00.40],

nei quali dimorano le sue gioie, triste consolazione di un amante che non potrà mai più rivedere la sua donna.

Infine, il quarto e ultimo “grado di separazione” prende avvio con un’altra canzone di John Dowland, la splendida Awake, sweet love, anch’essa pubblicata nella raccolta The Second Book of Songs or Ayres nella versione per quattro voci e liuto (qui nella versione in cui sono presenti anche le dulciane). Il testo narra delle gioie che si provano per un sentimento che viene ricompensato dall’amore altrui. Questa canzone vede la sua disperazione trasformarsi quindi in una “perfect joy”, una perfetta felicità [00.17 - 00.59].

Da notare come Dowland abbia voluto scegliere il ritmo della galliarda [00.01 - 00.16],

un tipo di danza che si adattava perfettamente alla leggerezza dell’argomento, così come ai sottili cambiamenti ritmici imposti dal testo.

Segue di Orlando Gibbons, uno dei più grandi compositori elisabettiani inglesi del Rinascimento, la Fantasia seconda per due bassi, originariamente concepita per viole da gamba e pubblicata nel 1620, ma qui presentata con l’esecuzione di tre dulciane (ossia il tipo di strumento destinato a diventare l’attuale fagotto) capaci di mettere in risalto la raffinata ed elaborata tessitura di questa composizione [00.01 - 00.57]

che, come riportato nel titolo, appartiene al genere della fantasia, ossia libera dai rigidi vincoli della forma per dare vita a elaborazioni timbriche e armoniche contrassegnate, appunto, da un’accesa fantasia compositiva.

Fantasia che permea, sebbene in chiave molto più riflessiva e quasi dolente, A Fancy per liuto di John Dowland (“fancy” in inglese significa appunto fantasia), nel quale lo strumento a corde elabora una linea che si sviluppa continuamente in un affascinante arabesco [00.01 - 00.34].

Di Dowland è anche l’ultimo brano del programma, Now, O Now I Needs Must Part, appartenente alla raccolta The First Book of Songs or Ayres pubblicato dal compositore inglese nel 1597, una meravigliosa riflessione agrodolce che unisce l’idea dell’amore e quella della perdita [00.01 - 00.25],

con l’innamorato che deve lasciare la propria amata e che già immagina le pene e i rimpianti che dovrà affrontare [02.25 - 03.16]

una volta che intraprenderà il viaggio che lo vedrà lontano da lei.

Andrea Bedetti

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