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Mercoledì, 31 Luglio 2019 14:07

Audiophile Sound 174 - estate 2019 - Guida all'ascolto: MDG Hi-Fi

guida all’ascolto ‘musicale’

CD allegato ad Audiophile Sound n. 174 - estate 2019

MDG - Hi-Fi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che cosa sarebbe successo se Wolfgang Amadeus Mozart non avesse deciso di far perdere definitivamente la pazienza al suo datore di lavoro a Salisburgo, ossia il potente arcivescovo Hieronymus Joseph Franz de Paula Colloredo, al punto di farsi licenziare in tronco dal prelato, con tanto di calcio nel sedere nel maggio del 1781? Sicuramente la vita e conseguentemente la produzione artistica mozartiane sarebbero state del tutto diverse, tanto da essere raccontate in un romanzo ucronico, ossia basato su una vicenda storica alternativa che sconfina nel fantastico. Già perché se Mozart fosse rimasto al servizio dell’arcivescovo Colloredo, avrebbe fatto felice non solo il prelato ma anche il padre Leopold, che non riusciva di certo a immaginare suo figlio Amadé lontano dalla corte salisburghese, allo stesso tempo però non avrebbe potuto creare quella serie di formidabili capolavori che sono invece il frutto della sua decisione di mandare al diavolo il suo datore di lavoro e di andare a vivere a Vienna, dando vita per la prima volta nella storia della musica alla figura del libero compositore, capace di vivere dignitosamente grazie ai guadagni provenienti dalle lezioni private e dalle vendite delle partiture e degli spartiti agli editori musicali.

Ecco, allora, che la serie di concerti per pianoforte e orchestra concepiti a Vienna, dopo aver lasciato per sempre Salisburgo e Colloredo, rientrano per l’appunto in quei capolavori assoluti che hanno cambiato la storia di questo genere musicale e che Mozart scrisse per poi presentarli nelle famose “accademie” (com’erano definiti all’epoca quei concerti in cui un compositore eseguiva in pubblico le sue opere e il cui incasso andava in buona parte proprio nelle tasche del musicista) organizzate nella capitale austriaca. E tra questi concerti pianistici c’è anche il numero 21 in do maggiore, scritto da Mozart nel marzo 1785 ed eseguito il 9 dello stesso mese dallo stesso compositore durante il ciclo di “accademie” organizzate al Kasino “Zur Mehlgrube” a Vienna, di fronte a un pubblico di centocinquanta abbonati.

Un detto popolare afferma che “le difficoltà aguzzano l’ingegno” e probabilmente ci può essere qualcosa di vero in questa massima, in quanto se prestiamo fede alla produzione mozartiana che precede il suo brusco allontanamento da Salisburgo, vediamo che sovente non vanta lo stesso valore e la medesima qualità di quella che venne poi fatta durante il periodo viennese fino al sopraggiungere della morte. Certo, anche a Salisburgo, sotto le dipendenze dell’arcivescovo Colloredo, il divino Amadé ebbe modo di scrivere dei capolavori, ma non dimentichiamo che proprio per via del fatto che era uno dei tanti “impiegati” del principe, era obbligato a scrivere per soddisfare più le esigenze e i bisogni altrui, piuttosto che dare libero sfogo alla propria vena creativa, come invece poi avvenne nella capitale austriaca.

E in tal senso il Concerto per clarinetto in mi bemolle maggiore KV. C.14.04 (trascrizione dal Concerto per violino n. 6 KV.268), incluso in questa registrazione, rappresenta un esempio del tipo di produzione non certo eccelsa che Mozart fu costretto a scrivere per guadagnarsi lo “stipendio”, anche se, come il lettore potrà rendersi conto oltre, buona parte di questa composizione non è certo farina del sacco del divino salisburghese.

A questo punto, per completare il “triangolo salisburghese”, non bisogna dimenticare Leopold Mozart, che per anni, quando il figlio era ancora dipendente dell’arcivescovo Colloredo, fece di tutto affinché i rapporti tra i due fossero quantomeno civili e improntati a un minimo di diplomazia (ad essere onesti, bisogna dire che l’alto prelato non fu di certo un personaggio ottuso, chiuso in una sorta di campana e insensibile alle novità, come invece Amadé scrisse in più occasioni nelle lettere inviate al padre). Eppure, alla fine, anche Leopold dovette accettare con molta fatica la rottura inevitabile tra il principe e il geniale figlio. E che il padre di Wolfgang Amadeus sia stato un notevolissimo compositore, oltre che un eccelso didatta del violino, lo testimonia un terzo concerto presente in questa registrazione, la sua celeberrima Sinfonia da caccia per quattro corni ed archi, un brano ricco di suoni onomatopeici.

Tre concerti, oltre al bonus track rappresentato dallo Scherzo della Nona sinfonia di Beethoven, che provengono dal ricco e “audiofilo” catalogo dell’etichetta discografica tedesca MDG, le cui incisioni sono sempre basate su un approccio artistico e tecnico davvero di prima qualità, come avranno modi di appurare i nostri lettori.

 

Wolfgang Amadeus Mozart – Concerto per pianoforte e orchestra n. 21 in do maggiore KV.467

L’avventura mozartiana a Vienna cominciò sotto i migliori auspici, illudendo il sommo compositore che nella capitale austriaca avrebbe ottenuto il grande successo sperato. In effetti, nei primissimi anni viennesi Mozart fu un artista à la page, conteso e vezzeggiato dall’influente classe aristocratica del tempo, a cominciare dal cancelliere di stato conte Coblenz, passando per i principi Kaunitz e Galitzyn, fino al barone van Swieten, fervido animatore di incontri musicali dedicati a Bach, per non parlare dello stesso imperatore Giuseppe II che, dopo l’esecuzione di un concerto pianistico, preso dall’entusiasmo si alzò sventolando il cappello, gridando «Bravo Mozart!».

Tra i diciassette concerti pianistici scritti a Vienna, il numero 21 KV.467 vanta un’incredibile ricchezza orchestrale, al punto da presentare quasi una struttura sinfonica, oltre a una stupefacente ricchezza inventiva. Il primo tempo, un Allegro maestoso, richiama alla mente una marcia solenne, intervallata da improvvisi silenzi, capaci di generare nell’ascoltatore un senso di attesa. Subentrano subito i violini che presentano il primo tema [00.01 - 00.18]

al termine del quale gli archi e i fiati danno vita a un dialogo [00.47 - 01.30];

il secondo tema viene invece elaborato dai legni [01.57 - 02.06],

che annuncia l’irruzione del pianoforte. L’incipit dello strumento solista, più che riprendere i temi enunciati dall’orchestra, assomiglia maggiormente a una sorta di “cadenza” [02.07 - 02.30],

la quale dà inizio a un lungo e serrato dialogo tra pianoforte e accompagnamento orchestrale [02.50 - 03.40].

La genialità di Mozart sta nel rendere armonioso il dialogo tra strumento solista e orchestra, anche se al pianoforte viene negato ogni sviluppo sul materiale tematico affidato all’accompagnamento [03.52 - 04.40],

così come all’orchestra non è dato modo di riprendere e ampliare quanto esposto dallo strumento solista [07.50 - 08.45].

Il secondo tempo, un Andante, rappresenta uno dei vertici assoluti tra i movimenti lenti composti da Mozart. Il movimento vede il tutti impegnato in una specie di preludio [00.01 - 01.05]

sul quale subentra il pianoforte, dando vita a un flusso melodico ininterrotto, in cui si alternano numerosi stati d’animo che appaiono di volta in volta amari, angosciati, lieti [01.11 - 02.05].

Ma i temi si distinguono appena; quasi si trattasse di un fiume sonoro lento e costante. A un ascolto attento, si possono individuare in questo Andante tre parti distinte: il preludio orchestrale, una parte centrale nella quale è il pianoforte a prevalere e una coda.

Il terzo tempo, Allegro vivace assai, è in realtà un rondò esaltato da un nuovo dialogo incalzante tra il pianoforte e l’orchestra [00.01 - 00.48];

anche qui la mano geniale di Mozart lascia il segno, in quanto tutto il movimento si basa sull’uso di frammenti del tema principale che passa continuamente da una sezione all’altra dell’orchestra [02.59 - 03.20]

in modo da permettere l’inserimento del pianoforte che si lascia andare a momenti di carattere squisitamente virtuosistico [03.43 - 04.10].

 

Wolfgang Amadeus Mozart - Concerto per clarinetto e orchestra in mi bemolle maggiore KV. C.14.04 (trascrizione dal Concerto per violino n. 6 KV.268)

Nel catalogo delle composizioni mozartiane spiccano i cinque concerti per violino, compresi tra il KV 207 e il KV 219, ma non dobbiamo dimenticare quelle opere quantomeno dubbie, ossia pagine che non sono considerate dai musicologi interamente frutto del genio salisburghese, come nel caso del Concerto in mi bemolle maggiore KV 268, che qui viene presentato nella trasposizione per clarinetto e orchestra. Secondo la critica più accreditata, l’ipotesi più probabile è che questo concerto sia stato scritto a quattro mani, con Mozart che abbozzò i temi per poi lasciare il resto della fatica a un mediocre violinista, Johann Friedrich Eck, il quale li avrebbe completati in modo assai grossolano. Addirittura, si pensa che il movimento centrale, Un poco adagio, considerato il più debole e infelice dei tre, sia stato composto di sana pianta dallo stesso Eck.

E in effetti, basta ascoltare l’incipit del primo tempo, un Allegro moderato, per rendersi conto che oltre a Mozart furono altri a metterci le mani; se le prime note sembrano squisitamente mozartiane per fattura e originalità [00.01 - 00.24],

bastano pochissime battute per farci precipitare in una dimensione sonora in cui regnano sovrane la banalità e l’ovvietà [00.32 - 01.03].

Non solo, ma con il proseguimento del movimento, si avverte una certa “povertà” timbrica nel tessuto orchestrale [01.21 - 01.35]

e nel fraseggio [02.19 - 03.10].

Il già citato Un poco adagio non fa altro che confermare tutti i dubbi sulla reale paternità di questo concerto; se il preambolo orchestrale risulta essere alquanto banale e scontato [00.01 - 00.28],

non è che la parte solistica se la cavi meglio, dalla quale emerge un virtuosismo fine a se stesso [01.32 - 02.15].

L’ultimo tempo, Rondò Allegretto, non si discosta da una certa elementarità e prevedibilità che si colgono fin dalle battute iniziali da parte dell’orchestra [00.01 - 00.48],

e che lo strumento solista cerca inutilmente di risollevare con un’esposizione che non fa intravvedere alcuna brillante espressività [01.54 - 02.32].

 

Leopold Mozart - Sinfonia da caccia per quattro corni e archi in sol maggiore

Questa celeberrima sinfonia, scritta da Leopold Mozart a metà Settecento, rappresenta una tipica pagina orchestrale in cui la componente “naturalistica” viene esaltata dal suono di determinati oggetti, così come accade in un’altra famosa pagina sinfonica del padre di Wolfgang Amadeus Mozart, la Sinfonia dei giocattoli. Se in quest’ultima sono dei giocattoli meccanici, in voga a quell’epoca, qui sono i corni e i colpi di fucile a rendere oltremodo realistico l’effetto uditivo. Non per nulla, nelle indicazioni che Leopold Mozart ha lasciato per eseguire al meglio la sua sinfonia, si suggerisce di usare quattro corni in sol che devono essere suonati in modo piuttosto rauco, come è consuetudine durante la caccia, nel modo più forte possibile; inoltre, il musicista invitava a far abbaiare alcuni cani, mentre altri comprimari avrebbero dovuto urlare, come appunto si fa nei frangenti concitati di una battuta di caccia, grida intervallate da colpi di fucile.

Questa concitazione si avverte fin dall’inizio del primo tempo, Allegro, in cui i quattro corni enunciano un tipico richiamo da caccia [00.01 - 00.19],

cui segue il dialogo serrato tra archi e corni, con tanto di colpi di fucile [00.20 - 00.57].

Il dialogo tra corni e archi continua dando l’impressione della concitazione della caccia [01.30 - 02.17].

Il secondo movimento, un Andante, è molto più tranquillo sebbene non privo di grazia e leggiadria [00.01 - 00.52],

in cui gli archi e i quattro corni dialogano placidamente, in modo quasi trasognato. L’ultimo tempo, un Minuetto, tuttavia, presenta nuovamente un’azione più concisa, con i corni che tornano a elaborare temi che richiamano chiaramente le battute di caccia [01.35 - 02.30].

 

Bonus track - Ludwig van Beethoven – Sinfonia n. 9 in re minore per soli coro e orchestra Op. 125

Il secondo tempo della Sinfonia Corale beethoveniana non è un tempo lento, come voleva la tradizione dell’epoca, ma uno Scherzo, Molto vivace, che intende contrapporsi al tono cupo e altamente drammatico del movimento precedente; così, questa pagina appare come una proiezione timbrica straordinariamente incalzante in cui il senso ritmico diventa basilare per la sua riuscita (a tale proposito, per rendere più incisivo il suono fanno la comparsa anche i tromboni). Dopo l’incipit iniziale (composto da otto battute), in cui è esposta una microscopica cellula ritmica, prima dagli archi, poi dai timpani, quindi da tutta l’orchestra [00.01 - 00.04],

il tema principale emerge in forma di fugato, in pianissimo, che innesca un geniale meccanismo di progressiva stratificazione sonora [00.05 - 01.15].

Anche in questo movimento, è presente una sezione di sviluppo [02.00 - 02.45],

mentre la funzione del Trio è affidata a un Presto, introdotto da un enunciato del fagotto sul quale oboi e clarinetti espongono un calmo motivo [06.52 - 07.19].

Andrea Bedetti

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