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Domenica, 15 Novembre 2020 15:21

Audiophile Sound 179 - Guida all'ascolto: John Coltrane & Milt Jackson - Bags & Trane In evidenza

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Guida all’ascolto ‘musicale’

 

CD allegato ad Audiophile Sound n. 179 - inverno 2020/2021

 

John Coltrane & Milt Jackson – Bags & Trane

 

 

Sebbene questo album, registrato a New York per la Atlantic Records il 15 gennaio 1959, rappresenti di diritto una pietra miliare nella storia della discografia jazz, Bags & Trane, che vede insieme per l’unica volta John Coltrane e Milt Jackson con la collaborazione di mostri sacri come Hank Jones al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e Connie Kay alla batteria, non ha mai ottenuto il successo e la fama che indubbiamente merita, e questo sia detto anche in chiave audiofila e non solo da un punto di vista artistico.

Il 1959 fu un anno particolare per Coltrane, il quale, è bene ricordarlo, era già considerato nell’ambiente jazzistico statunitense una stella di prima grandezza, ma non ancora la leggenda destinata a diventare nel corso del decennio successivo (anche grazie a quel capolavoro assoluto che è Giant Steps, che il sassofonista di Hamlet registrò nel maggio e nel dicembre di quello stesso 1959). Quando entrò negli studi dell’Atlantic Records in quella gelida giornata di gennaio con Milt “Bags” Jackson e gli altri musicisti, Coltrane aveva da poco tempo finito di suonare con Thelonious Monk e Cecil Taylor e stava già collaborando con il sestetto di Miles Davis.

Al contrario, Milt Jackson, che proveniva da una città imbevuta di cultura jazz come Detroit, era già molto più famoso ed era considerato all’epoca il più grande vibrafonista in circolazione, dopo aver dato vita con John Lewis al Modern Jazz Quartet, uno dei quartetti più leggendari della storia del jazz. Jackson era un fanatico del Be-Bop e proprio con il suo strumento, che riusciva a suonare come se fosse una tromba o un sassofono (giungendo al punto di ottenere il vibrato nelle note lunghe!), portò questo genere a vertici assoluti. “Bags” (il soprannome gli fu dato dal fatto che, abituato a fare le ore piccole, l’indomani si svegliava sempre con le borse sotto gli occhi) aveva iniziato a suonare con Dizzy Gillespie nella seconda metà degli anni Quaranta, dando vita con il grande trombettista alla Big Band, per esibirsi poi con gente del calibro di Thelonious Monk, Charlie Parker, Ben Webster, Sonny Rollins e Horace Silver. Nella sessione di registrazione di quel 15 gennaio, oltre a due assolute sicurezze quali Paul Chambers e Connie Kay, ci fu anche Hank Jones al pianoforte, fratello maggiore di quell’Elvin Jones che divenne il futuro batterista di John Coltrane nel suo mitico quartetto.

Alla luce di quanto si è detto, a prima vista Bags & Trane potrebbe sembrare il rigoroso e profondo risultato musicale di due artisti intellettuali quali furono il sassofonista di Hamlet e il vibrafonista di Detroit; in realtà, questo album vanta cinque brani che sono il frutto sonoro di una grande leggerezza, conditi da spunti saturi di brillantezza inventiva e di una soggiogante fluidità stilistica. È come se con l’arte dei suoni Coltrane e Jackson, con il contributo degli altri tre musicisti, avessero voluto raccontarsi lietamente tante cose, come farebbero due buoni amici che non si vedono da tanto tempo. Certo, il merito va anche ai cinque brani presenti in questo album, a cominciare da quelli che aprono e chiudono il disco, entrambi composti da “Bags”, ossia il title track e The Late Late Blues, rimpolpati da tre perle quali Three Little Words, una canzone popolare composta da Harry Ruby negli anni Trenta, The Night We Called It a Day, scritta da Matt Dennis e presentata per la prima volta nel 1942 da Frank Sinatra, e Be-Bop, brano celeberrimo di Dizzy Gillespie, tutte e tre arricchite in sede di trascrizione e arrangiamento dai ritmi incalzanti e dai dialoghi serrati che i cinque artisti riuscirono a infondere, con il canovaccio che è quasi sempre lo stesso, ossia Jackson che inizia a dipanare la melodia dei pezzi, seguito poi da Coltrane che, invece di lasciarsi andare alle future e magiche astrattezze armoniche, si addentra in spunti dal seducente appeal.

La versione che proponiamo ai lettori di AS è quella originale dello LP della Atlantic Records (in chiave sempre audiofila, gli appassionati non devono dimenticare la versione in doppio vinile ORG a 45 giri riversato da Bernie Grundman da master analogici originali), capace di riprodurre la magica atmosfera che si venne a creare quel 15 gennaio 1959 tra questi cinque splendidi artisti.

Track 01 – Bags & Trane

Il primo brano, che è poi il title track dell’album, è una sorta di “biglietto da visita”, un pezzo in cui Coltrane e Jackson sembrano incontrarsi, stringersi la mano e sedersi al tavolino di un bar per raccontarsi un po’ di cose. Dopo un accordo iniziale da parte di Hank Jones, “Bags” e “Trane” danno subito inizio al tema conduttore del brano [00.08 - 00.54],

in cui si ha l’impressione che i due strumenti si inseguano a vicenda (“Ciao, Bags. Ci sei?”, “Sì, io ci sono. E tu, Trane?”, “Certo, ci sono anch’io”, “Bene, allora andiamo avanti”), dopo il quale è Jackson a lasciarsi andare a un proprio tema, scandito tenuamente dal contrabbasso di Chambers (notate come quest’ultimo riesca a smorzare il timbro dello strumento), dal pianoforte di Jones e dalle spazzole di Kay [00.55 - 02.30].

È poi il turno del sax di Coltrane, che riprende idealmente quanto seminato da “Bags” per svilupparlo magistralmente con il suo strumento, sempre con l’accompagnamento in punta di piedi di pianoforte, contrabbasso e batteria [02.31 - 03.40].

A questo punto, è come se “Bags” e “Trane” si fossero accorti che al bar con loro ci sono anche tre loro amici e li invitano, uno ad uno, a dire la loro; il primo a farlo è Jones con il suo pianoforte [03.42 - 04.30]

che dipana un raffinato interludio, sotto l’incalzare delicato di Chambers e di Kay. È poi la volta dello stesso Chambers a “presentarsi”, capace di trasformare il suo strumento in un perfetto “solista” [04.31 - 05.39],

ricorrendo all’archetto per dipanare il tessuto melodico, al termine del quale “Bags” Jackson e “Trane” Coltrane riprendono il tema iniziale, ampliandolo ulteriormente, dilatandolo con nuovi accordi e sviluppi tematici fino al compimento del brano, che presenta gli stessi accordi iniziali [05.40 - 07.20].

 

Track 02 – Three Little Words

Questo brano fu portato al successo nell’agosto del 1930 dai The Rhythm Boys, di cui faceva parte Bing Crosby, accompagnati dall’orchestra di Duke Ellington, ed è stato poi ripreso in chiave squisitamente jazz da diversi artisti. A fornire subito l’impulso ritmico è il vibrafono di Jackson, oltre al tempo serrato di Kay ai piatti [00.07 - 00.35],

al quale subentra, mantenendo il respiro ritmico, Coltrane sostenuto dall’apporto armonico del pianoforte [00.36 - 02.41].

Qui, “Trane” non solo riprende quanto enunciato ritmicamente dal vibrafono, ma si spinge oltre, ossia tesse una propria trama, che si sgancia da quanto precedentemente proposto, e che già prefigura quello che sarà il prodigioso sviluppo futuro della sua arte. Non mancano momenti in cui il sax assume accordi dissonanti, ma che sono sempre perfettamente inseriti nel costrutto melodico. A questo punto, mantenendo l’impianto armonico, subentra Jackson, che raccoglie idealmente il testimone, con Chambers che non solo si limita a fornire un apporto di accompagnamento, ma che a sua volta “arricchisce” la linea del vibrafono [02.43 - 04.45].

Sempre sulla stessa linea ritmica e armonica è poi la volta del pianoforte [04.47 - 05.44]

il cui passaggio viene concluso da una rullata della batteria, che dà il via al nuovo brevissimo contributo di Coltrane, frammentato da fulminei assoli di Kay e Jackson [05.45 - 06.45].

Il brano si avvia quindi alla conclusione, con il tema iniziale riproposto dal vibrafono.

 

Track 03 – The Night We Called It a Day

Come si è già accennato questo brano fu portato al successo da Frank Sinatra, per essere poi ripreso tra gli altri da Chet Baker, Diane Krall e Bob Dylan. Dopo l’incipit dato da una scala dal sapore dissonantico del pianoforte, Jackson imbastisce la linea melodica, riprendendo il tema originale del brano, connotandolo di un raffinato swing, accompagnato da Jones [00.21 - 02.08],

cui segue l’intervento di Coltrane, il quale da parte sua invece tende a evolvere il tema, arricchendo la linea melodica e trasformandolo in un momento di riflessione timbrica [02.09 - 03.04]

sul quale interviene nuovamente “Bags” che al contrario riprende la tessitura “pura” del brano, sul quale si appoggia ancora Coltrane, creando un doppio binario melodico che porta alla conclusione del pezzo [03.05 - 04.18].

 

Track 04 – Be-Bop

Questo celebre pezzo, cavallo di battaglia di Dizzy Gillespie, è un concentrato di virtuosismo, che il grande trombettista di Cheraw compose proprio per esaltare la scansione armonica e timbrica del suo strumento. Jackson e Coltrane raccolgono la sfida e lo trasformano in un irresistibile duetto, facendo a gara a chi è il più bravo. Questo avviene fin dall’inizio, quando i due artisti si danno battaglia nell’enunciare gli indiavolati riff proposti dalla partitura [00.05 - 00.35];

la sfida vera e propria prende avvio con “Bags” impegnato in un lungo passaggio al fulmicotone [00.37 - 02.12],

a cui risponde subito Coltrane [02.14 - 05.05],

che dilata al massimo delle possibilità dello strumento gli articolati passaggi espressi dalla tromba nel brano originale, pur senza stravolgerne il senso originario. Anche Jones, in tal senso, non è da meno, trasformando la tastiera del pianoforte in una paletta timbrica vorticosa e trascinante (ascoltate che cosa riesce a fare con la mano destra) [05.07 - 05.52],

per poi ridare subito spazio al vibrafono e al sax [05.55 - 07.08]

i quali decidono finalmente di affrontarsi in campo aperto, rimbalzandosi a vicenda il tessuto melodico, rincorrendosi, nascondendosi, enunciando timbri audaci, finché entrambi si prendono per mano e portano a compimento il pezzo riproponendo il tema iniziale [07.11 - 07.57],

che si conclude con un esempio di vibrato da parte di “Bags”.

 

Track 05 – The Late Late Blues

L’ultimo brano dell’album è un capolavoro stilistico di “Bags” Jackson, composto appositamente per il disco in questione. Ad aprire le danze ci pensano Kay e soprattutto Chambers, imbastendo il tappeto ritmico, sul quale interviene il vibrafono [00.26 - 02.35]

che chiarisce subito lo spirito blues del pezzo e ci fa capire perché all’epoca “Bags” era considerato il migliore vibrafonista al mondo. Quando interviene Coltrane [02.37 - 06.02],

il suo eloquio invece si appoggia sulle regole di un be-bop che non stona assolutamente con l’impianto del brano, ma lo infoltisce, esplorando la paletta delle possibilità timbriche e armoniche (come se questo fosse un gentile omaggio di Jackson alle necessità jazz che “Trane” era smanioso di esprimere). Jones, da parte sua, invece pone il suo intervento in bilico tra lo spirito blues e le istanze jazz rappresentate dai precedenti passaggi di Jackson e Contrane [06.03 - 07.07],

cosa che fa anche Chambers quando subentra con il suo contrabbasso [07.08 - 09.01]

(ascoltandolo qui, si comprende perché è stato uno dei più grandi contrabbassisti della storia del jazz). Il brano [09.02 - 09.27]

si conclude con la riproposizione del tema blues iniziale da parte di “Bags”.

Andrea Bedetti

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