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Lunedì, 08 Marzo 2010 15:04

NATHAN RIKI THOMSON. UNDER UBI'S TREE

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NATHAN RIKI THOMSON. UNDER UBI'S

TREE. CD Naim Audio NAIMCD114.

Reg: Londra. Prod: Simon Allen. Eng: Nick

Taylor, Porcupine Studios; Simon Allen, Wellmeadow

Studios. Mixing: Simon Allen, Nick

Taylor, Nathan Riki Thomson.

www.Thenaimlabel.com

www.nathanthomson.net

www.soundandmusic.com

giudizio artistico: OTTIMO-ECCEZIONALE

Nathan Riki Thomson è un bassista, polistrumentista e compositore australiano che negli ultimi anni è divenuto noto per aver partecipato ad alcune registrazioni, sempre di casa Naim, di Antonio Forcione (che ricambia, partecipando a quest'album di esordio). Thomson, specializzato in strumenti acustici e strumenti tradizionali di varie culture, ha vissuto per cinque anni in Africa, dove ha dato vita all'Amani Ensemble, una straordinaria formazione di musicisti e danzatori tradizionali della Tanzania. Questo album trae il proprio titolo da Ubi - il padre di uno degli insegnanti di musica di Thomson - che usava trascorrere le sue giornate sotto un grande albero suonando e danzando. Come ci racconta lo stesso Thomson nelle note di copertina, Ubi non conosceva la propria età, ma all'epoca doveva avere abbondantemente superato i novant'anni. Sotto quell'abero anche Thomson ha imparato a suonare il Wagogo Filimbi (un tipo di flauto) e l'Ilimba (nome Wagogo del thumb piano, altresì conosciuto, come kalimba, o mbira, ecc.: il Lamellofono). Insieme con Thomson al contrabbasso, flauti, ilimba, kantele, litungu, oltre ai cantanti Nia Lynn e Cassius Mlewa Maganga, suonano il percussionista brasiliano Adriano Adewale (Thomson appare nel suo eccellente esordio Sementes) a percussioni, berimbau, calabash, pandeiro; Simon Allen a percussioni, concertina, dulcimer, armonica bassa, saw, waterphone; la violoncellista Jenny Adejayan, Jan Hendrickse ai flauti e altri fiati, Katja, la moglie finlandese dell'autore alla viola e al canto e, naturalmente, il grande Antonio Forcione. Il programma del suo esordio è una vasta e profonda riepilogazione, riflessione ed elaborazione sulla musica etnica di gran parte del mondo: se la Tanzania ha fatto da 'detonatore', il lavoro trae ispirazione dai soggiorni e dagli studi di Thomson in tutto il mondo. La lezione della Tanzania non informa di sé sola il programma, ma, al contrario, essa è incamerata e perfettamente interpretata insieme con tante altre. Lanciato a infrangere ogni frontiera musicale, Under Ubi's Tree è quel che rimane delle sue spedizioni, è il diario di viaggio delle sue esperienze, una testimonianza che finisce per creare un suo personale 'suono del mondo'. E così questo album è un esaltante impegnativo mélange, in composizioni – salvo due - originali dell'autore, basato sulle mille possibilità della strumentazione utilizzata e su stilemi, melodie, strutture, delle musiche di Finlandia, Tanzania, Zimbabwe, Brasile, Australasia, oltre naturalmente alla Gran Bretagna, dove lavora con Forcione. Mescola ugualmente l'antico col moderno: le musiche africane con l'overdubbing - talore di riprese ambientali - e ogni altro mezzo di una produzione tecnica allo stato dell'arte grazie ad Allen, che permette a Thomson di tessere elaborati arrangiamenti e dispiegare un'impressionante varietà di colori strumentali: con ogni sorta di mezzo Thomson e Allen fanno così, del loro studio, lo specchio del mondo. Nel bagaglio compositivo di Thomson, a mescolarsi con l'etnica europea, africana e australasiana, emergono forti accenti di free jazz, di etno jazz melodico, di musica classica e musica contemporanea occidentale, di new age e ambient. La musica è spesso diafana, di delicata filigrana, e occasionalmente quasi onirica, atmosferica, talvolta puntillista (e ricorda Scelsi o Feldman) talaltra scrosciante.Ubi è ricco di ondeggianti ritmi africani, di dolci trasfigurazioni dalla luce all'ombra e su tutto un immanente senso di pace e di naturale necessità, come ogni disco di etnica che si rispetti c'è un vasto ventaglio di timbri incantatori, ma tende a virare verso panorami più ampi, spaziali (verso una New Age, si direbbe, più genuina e melodicamente ascoltabile). Si avvertono tracce di molte esperienze specifiche, come World Music - da Naná Vasconcelos a Radio Tariffa – o world jazz melodico, da Don Cherry, a Collin Walcott agli Oregon, i cui fan ameranno questo disco, ma Thomson sembra deciso a evitare ogni categoria, ammirevole riuscita che rende il progetto difficile da fissare. Da grooves come Hello Porcupine a Cheza, che richiama le orchestre d'archi arabe, ma anche Charles Mingus; da vasti, spaziali, collage ambient, come Shikamoo Zawose, a Waiting for Rain, dedicata allo Zimbabwe sofferente, dove in un commovente connubio, Katja Thomson libera

vocalità eteree da paesaggi finnici, su una struttura di percussioni tribali, cui si intrecciano violini e viole occidentali. Il pensoso variabile set suona allo stesso tempo come se volesse apparire un po' 'fuori fuoco' e tuttavia sempre fortemente evocativo, finché diventa naturale, quasi subliminale,ricomporre la complessa, disassata architettura

armonica. Se può così suonare talvolta come una serie di tracce ancestralmente evocative ma con un che di amorfo - perché di continuo cangiante e multiforme - in realtà l'intero progetto appare coerente con la limpida e profonda dedizione dei suoi diversi musicisti, offrendo fondamentalmente una musica universale, inclassificabile, che pare

sgorgare naturalmente - con il musicista mero tramite - da remote, ataviche profondità, che incorpora tutti questi diversi elementi in un insieme spesso languidamente ipnotico. Da rimarcare l'enorme tecnica, gli schietti stili dei protagonisti, e i ricercati, coinvolgenti segmenti melodici. Difficile quanto inutile in ogni caso voler etichettare questa musica, come ascoltarla con superficialità. Lavoro complesso e difficile, impedibile per chi sia già amante e già addentro a certi stilemi e strutture, ostico al primo ascolto per i neofiti, ma dispensatore di sensuali soddisfazioni alla distanza.

Massimiliano Bondanini

giudizio tecnico: ECCEZIONALE

5 5 5 5

Da casa Naim ancora una registrazione irreprensibile, al top. A mio avviso una ripresa solo apparentemente facile che in realtà celava profondissime insidie. Gli strumenti da riprendere erano innumerevoli, e di tutti i tipi, in tutte le combinazioni, diversi fondamentali strumenti classici occidentali e una sterminata congerie di strumenti etnici dei mondi arabo africano europeo e australasiano, dulcimer, thumb piano dell'Africa orientale e australe, cimbalom ungherese, flauti Masai, tamburi ngoma Bantu, ney Arabo, fujara (un flauto slovacco), e tanti altri. I brani passano da momenti di quiete e di assoluta rarefazione strumentale a improvvise e convulse cavalcate in "tutti" e "fortissimo", letteralmente squassanti in un impianto stereo ben performante. Rivelatrice la differenza, la superiorità tecnica e artistica con un pur ottimo lavoro recensito da poco: il Dans les Arbres dell'ECM. All'algida perfezione tecnica, "Ubi"consegna un contenuto artistico e un coinvolgimento di prim'ordine, con strumenti, suoni e colori veri, caldi, presenti e vibranti. Stupefacente la ricchezza timbrica, la tavolozza armonica che in un solo disco si offre all'ascoltatore, esaltanti le materializzazioni dei vari strumenti nei brani che man mano fioriscono, tra grandi cavalcate dinamiche, fino a crepitanti, scroscianti "tutti", cascate sonore con gli strumenti che sembrano zampillare dalle pareti, fino a comporre una vasta, compatta ma ancora sceverabile nelle tessere del mosaico, cataratta sonora. Inutile aggiungere che con questa qualità può costituire un gustoso, inconsueto, disco test. Massimiliano Bondanini

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