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Mercoledì, 26 Ottobre 2011 11:36

HASTEN DOWN THE WIND. Linda Ronstadt

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HASTEN DOWN THE WIND. Linda Ronstadt. Mobile Fidelity Sound Lab UDCD 783. CD. Stereo. 24 Gold Audiophile. The Sound Factory Studios, USA. 1976. Prod: Peter Asher. Engineered and Mixed by Val Garay and Greg Ladayni. Mastered by Rob LoVerde at Mobile Fidelity Sound Lab, Sebastopol, CA, USA.

www.soundandmusic.com

Giudizio artistico: SUFFICIENTE

Della parabola canora di Linda Ronstadt abbiamo già avuto modo di parlare per un altro album rimasterizzato a cura di MFSL (Don’t cry now). E grazie alla Mastering House di Sebastopol avremo modo di parlarne ancora, a seguito del trasferimento di questo Hasten down the wind su supporto CD Gold a 24 carati. Non che la cosa mi entusiasmi, diciamolo chiaro. Perché il Country Rock anni ’70, di cui la Ronstadt era una delle maggiori rappresentanti, non ha mai riscosso i miei favori, neppure sull’onda delle riscoperte che dopo lo scoccare del 2000 si stanno facendo di quegli anni, progressive rock in Primis. Da dire vi è che questo album, datato 1976, ed il terzo della cantante statunitense, guadagnò sin da subito i favori della critica e del pubblico, piazzandosi per ben 37 settimane in cima alle charts d’oltreoceano e vincendo Grammy Award e disco di platino. Le canzoni erano state scelte molto bene, sotto l’abile supervisione del producer Peter Asher, ed erano un perfetto connubio di novità (fece conoscere al mondo autori come Warren Zevon e Karla Bonoff) e classici (Tracy Nelson, Willy Nelson e Ry Cooder). Inoltre la stessa Ronstadt si cimentò in qualità di cantautrice per un paio di brani, non sfigurando pur di fronte allo stesso gotha del genere. Che dire d’altro? Ballads, qualche coraggioso remake (The rivers of Babylon) e qualche scivolone nel retorico pseudo-romantico latino (Lo siento mi vida). Non so cosa ci trovassero, ai tempi, di tanto interessante. Forse una cantante carina, con una voce dal timbro potente ma gradevolissimo, oppure semplicemente la trasposizione in musica della bellezza libera ed un po’ hippy di quegli anni. Fatto sta che io ci ritrovo poca sostanza, e neppure tutto quel positivo amarcord per quegli anni. Anzi: sentirla cantare, fresca e spumeggiante, e vedere come si sia ridotta ora mi da anche un po’ di tristezza. Tristezza accentuata dalla consapevolezza che con questo non si sia fatta non già la storia della musica, ma non si sia messa neppure la pietra angolare di qualsiasi tipo di innovazione nel genere.

Enzo Carlucci

Giudizio tecnico: SUFFICIENTE

Al di là dei parametri, che in questo caso dicono tutto e nulla, l’attenzione deve essere focalizzata sul difetto più evidente di questo disco: il disastroso mix down. Perché se proviamo ad isolare l’attenzione sui singoli suoni, il giudizio non sarebbe poi malaccio. Allora ascoltereste una batteria che ha corpo e impatto, delle chitarre incisive e precise, un basso abbastanza articolato, una voce brillante e squillante. Ma tutto questo, signori miei, è stato assemblato con evidenti errori. Il primo: i livelli. La batteria è troppo alta rispetto al resto, e sopravanza tutto infastidendo non poco l’ascolto. Il secondo: la voce è “molto indietro” (questo si dice in gergo), e coperta da tutto il resto fatica ad avere un ruolo perlomeno paritetico con gli strumenti. Il terzo: i riverberi sono assolutamente scorretti. La batteria è molto (troppo) presente, mentre la voce è invasa da una componente centrata sulle frequenze medie che non fa altro che accentuarne l’avulsione rispetto a tutto il resto. Cercate di immaginare: è come se i musicisti avessero suonato per i cavoli loro in ambienti con riverberazioni assolutamente differenti. Il risultato? Il tutto è abbastanza finto ed inverosimile, forzato e stridente nell’insieme. E in questo MFSL ne ha forse rese ancor più evidenti le pecche. Perché? Perché di solito quando in fase di mix down si compiono errori simili, nelle mastering suite ci si accorge di questo e si cerca di “mettere una pezza” al tutto magari comprimendo o cambiando elettronicamente la configurazione spaziale del lavoro. Questo per dargli un minimo di parvenza di omogeneità. MFSL, invece, effettua trasferimenti assolutamente trasparenti, per cui nulla si è aggiunto e nulla si è tolto a ciò … che già in origine suonava scorretto. E quella scorretta impostazione è stata riportata paro-paro sul supporto in oro del CD. Un’ultima annotazione storica. Tra le note del disco si fa menzione sull’utilizzo dell’Aphex Aural Exciter. La storia di questo componente è alquanto particolare, essendo circuitalmente nato dalla scorretta polarizzazione di un circuito integrato il quale, sul passaggio di segnale, introduceva una distorsione particolarmente gradevole. Lo strumentino (fatto pagare, per i tempi, uno sproposito agli studi di registrazione) veniva applicato sulla voce per, si diceva, esaltarne le componenti armoniche. E quella sorta di porcheria aggiunta in registrazione (un giorno sentii dire da un producer che l’Aural Exciter faceva sentire le “stelline” del suono!) era capace di rendere innaturalmente frizzanti tutte le voci. Fu, ahimè, una moda deleteria di tutti gli anni ’80 e parte dei ’90, fino a quando non ci si rese conto che una voce calda e naturale era capace di nuances che la compressione dinamica e la distorsione dell’Aural Exciter non permettevano di evidenziare. Per avere unì’idea ed una sorta di prova comparativa ascoltate “That’s why I’m Hear” di James Taylor e “Hourglass”, sempre dello stesso, registrati dallo stesso ingegnere del suono Frank Filipetti. Poi ditemi, tra i due dischi, quale sia la voce a suonare meglio. Io, dubbi in merito non ne ho! Enzo Carlucci

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