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Lunedì, 08 Marzo 2010 15:14

ART PEPPER. THE WAY IT WAS!

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ART PEPPER. THE WAY IT WAS! SACD

Mobile Fidelity Sound Lab UDSACD 2034.

Stereo/DSD. USA. 1956, 1957, 1960. Prod:

Lester Koenig. Eng: Rob DuNann. Mastering:

Rob LoVerde (Gain 2 System), Mobile Fidelity

Sound Lab, Sebastopol, CA.

www.soundandmusic.com


giudizio artistico: OTTIMO

Genio e sregolatezza, questa la vita di Art Pepper,

o meglio quella parte della vita racchiusa in questa

raccolta di brani del suo periodo iniziale migliore,

quello anteriore al perdersi dietro la poetica di

Coltrane. Addirittura, il nostro incideva nelle pause

dei brevi soggiorni domestici, uscito di galera.

Nulla di delittuoso, intendiamoci. Molto però legato

all'uso di droghe (particolare quasi immancabile

nella vita di artisti di quei tempi, e non solo). Art,

in quegli anni, è una vera e propria leggenda, e

raggiunge il suo culmine artistico esattamente

nelle registrazioni qui proposte. Lo stile è personalissimo

e inconfondibile, indubbiamente influenzato

da Charlie Parker anche se non privo di un

suono e di fraseggi caratteristici. Il successo (ed

i problemi di droga) iniziano nel momento in cui

viene ingaggiato nell'orchestra di Stan Kenton, nel

'52, ma uno dei maggiori apici artistici viene

raggiunto proprio nel periodo '57/'60. In questo

disco alcune delle più belle interpretazioni (e arrangiamenti)

di classici come The man I love e Autumn

Leaves, e la particolare esclusiva di un paio di

alternate takes di I can't believe that you're in love

with me e All things you are. Un ‘masterpiece’

questo … the way it was!, per cultori, certamente,

ma aperto a tutti coloro che volessero essere consapevoli

delle milestones musicali nel jazz. Un ‘masterpiece’

prima del buio di Art, della confusione

interpretativa e della rinascita, agli albori degli

anni '80. Ma questa è un'altra storia, di cui speriamo

di potervi parlare quanto prima. Enzo Carlucci

giudizio tecnico: BUONO-ECCEZIONALE

3 5 4/5 3/4

Agli albori della stereofonia, lontani dall'approccio

‘monitor’ di Rudy van Gelder. Più vicino alla ripresa

di una grande orchestra, timbricamente, anche se

in presenza delle incoerenze nell'interpretazione

della stereofonia dei tempi, con le estremizzazioni

parziali di alcuni suoni.

In generale un suono caldo, smooth. Forse in parte

non trasparentissimo, eppure estremamente godibile.

Molto apprezzabile, invece, l'approccio ‘corale’

alla ripresa delle sezioni di fiati, dotati di eccellente

amalgama e privi di ogni sorta di deleteria

aggressività.

Il ‘calore’ nel trasferimento è una caratteristica del

sistema ‘Gain 2’ messo a punto dai tecnici di Sebastopol,

con l'ausilio di personalità del calibro di

Tim de Paravicini, Nelson Pass e Ed Meitner. La

fedeltà al master originale è tale che non si è intervenuti,

digitalmente, neppure quando il supporto

analogico dava segni inequivocabili di deterioramento

(e conseguente distorsione).

Il bilanciamento tonale, a supporto originale integro,

è semplicemente perfetto, e nessuna porzione

dello spettro audio risulta privilegiata o penalizzata.

Certo, ogni tanto (trattandosi di registrazioni effettuate

nell'arco di tre anni) si notano palesi differenze

soniche (ripresa, nastri, bias … insomma, le

variabili in campo in ogni registrazione sono veramente

molteplici), ma ciò che risulta evidente è la

presenza dello spesso approccio sonico di base.

Un disco eccellente, estremamente godibile anche

dal punto di vista strettamente audiophile, che in

parte smentisce la mia stessa convinzione che in

MFSL si fosse soprattutto bravi nei trasferimenti

analogici (vinili). Touché, signori. A volte è necessario

ammettere pubblicamente i propri ripensamenti

(modo elegante per parlare di ammissione

dei propri errori). Enzo Carlucci

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