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Venerdì, 03 Ottobre 2008 13:08

Beethoven : Sinfonie n°1-9

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Beethoven : Sinfonie n°1-9

Russian National Orchestra; Moscow State Chamber Choir; Angela Denoke (soprano); Marianne Tarasova (mezzosoprano); Endrik Wottrich (tenore); Matthias Goerne (baritono); dir. Mikhail Pletnev

5 CD DG 00289 477 6409

Registrazione stereo, Sala Grande del Conservatorio di Stato di Mosca, 6-7/2007

Prod: Rainer Maillard; Eng: Jürgen Bulgrin

www.universalmusic.it


Giudizio artistico: 3/5

Mikhail Pletnev è diventato gradualmente più idiosincratico come interprete, sia al pianoforte che sul podio. Quando tutto funziona, egli è in grado di offrirci performance quasi eccezionali, ma i suoi recenti CD di concerti per pianoforte dal vivo di Beethoven erano decisamente eterogenei. Questo cofanetto dell’integrale delle sinfonie non è dal vivo ed è – per dirla gentilmente – impegnativo. Per i fissati con le interpretazioni filologiche potrebbe essere necessario un robusto drink, calmanti ed i Sali per riprendersi dai mancamenti durante l’ascolto.

Negli ultimi tre decenni, il Beethoven autentico/filologico è stato di gran moda. Come estensione di ciò, c’è stata anche una esplosione di performance delle sinfonie da parte di moderni gruppi cameristici o misti. Pletnev – abbastanza giustamente, secondo me – crede che «suonare semplicemente ciò che il compositore ha annotato non è autenticità» e «non si può caricare questi spartiti in un computer. Essi devono essere vissuti, perché sono organismi.» Questi sono concetti che tutti i grandi direttori di Beethoven – da Furtwängler, Klemperer, Mravinsky, Szell a Toscanini o Weingartner – avrebbero dato per scontati e, come la loro registrazioni dimostrano, mettevano in atto. Che questa soggettività sia oggi vista con grande sospetto – figurarsi accettazione – è direttamente dovuto al serio declino negli standard di direzione di Beethoven negli ultimi decenni del 20° secolo.

Dunque, come si riflette questo approccio ‘interventista’ nelle performance di Pletnev? Beh, grazie al cielo egli usa un’orchestra sinfonica completa, per cui non dovete avere a che fare con un ensemble da camera ‘peso piuma’, non usa l’edizione del Mar ed interpreta. Il movimento di apertura della Prima Sinfonia è un affare relativamente rilassato, con alcune espressioni meravigliosamente rilassate, legate, del primo soggetto da parte dei legni ed un’insistente base ritmica. Sia l’andante che il minuetto fluiscono in maniera molto ottocentesca, con il trio di quest’ultimo squisitamente fraseggiato e bilanciato. Nell’introduzione in adagio all’ultimo movimento l’accordo di apertura è molto lungo ed il fraseggio decisamente romantico, eppure il resto del movimento è geniale ma frizzante.

Nella Seconda l’introduzione contiene numerose variazioni dinamiche e di fraseggio e l’allegro è tagliente e vibrante. Raramente ho sentito un resoconto così elegante e controllato del movimento lento. In esso, il tema di apertura è morbido ma plasmato e ogni successivo paragrafo porta variazioni di espressione. Delizioso. La prima reale indicazione di ciò che seguirà nel ciclo arriva nel terzo movimento. In esso il trio è lento, i possenti accordi degli archi quasi bruckneriani ed i timpani molto minacciosi. Nel finale c’è una reale sensazione di tensione e pericolo, aumentata dall’uso improvviso degli effetti di sotto voce e subito sul pianoforte.

Anche se niente ci prepara veramente all’Eroica! L’esposizione – che è ripetuta – è snella e veloce, ma gli accordi martellanti che formano il leitmotiv ritmico nel movimento sono suonati in ritardando, prima che il tempo riprenda velocità. Nello sviluppo ci saranno ritardandi simili alcuni colpi di timpano molto violenti, mentre a 13.38 il tempo lento è trattenuto per parecchie battute, ‘à la Furtwängler’. Per gli standard odierni, la Marcia Funebre è lenta, con un leggerissimo incremento del tempo nella seconda sezione che conduce a grandi esplosioni in fortissimo. Comunque, il tuffo in chiave minore dopo il secondo fortissimo è dimesso – l’oscurità, non il crepuscolo, dovrebbe calare. Come nella Seconda, lo scherzo è piuttosto convenzionale fino al trio, che è molto lento. Posso accettare ciò, ma molti lo troveranno fastidioso. Nell’ultimo movimento il ritardando riappare in un tempo veloce, fino alla sezione centrale, affrontata con un tempo di adagio pre-norringtoniano prima che coda fugga via.

Gli schemi interpretativi mostrati nell’Eroica proseguono in tutto il ciclo. Nella Quarta i momenti chiave comprendono il fiammeggiante rullo di timpani che sottolinea il lancio dell’adagio dell’allegro del primo movimento, i loro selvaggio contributo allo scherzo, un movimento lento graziosamente fraseggiato ed un finale brillantemente propulsivo. Nella Quinta, il motivo di apertura è immensamente potente, il ritmo opportunamente controllato, ma a 5.13 l’oboe è lento e molto romantico. Bisogna tornare a Weingartner e Mengelberg per trovare una tale licenza. Come per qualunque movimento lento del ciclo, l’andante è molto espressivo con un tempo fluente. Sfortunatamente, gli ultimi due movimenti sono piuttosto deludenti. Lo scherzo principale è perfetto, ma la sublime transizione silenziosa verso la gloriosa fiammata in Do maggiore non comunica sufficiente tensione. E nell’ultimo movimento c’è una mancanza di nettezza e proiezione nei legni e negli archi – essi non esultano. Più seriamente, la ripetizione è ignorata, privando quindi l’ascoltatore di uno dei più emozionanti e trionfanti momenti di tutta la musica.

Se c’è una performance nel ciclo in grado di generare perplessità, si tratta della Pastorale. Le battute di apertura sono rilassate, poi il tempo accelera e arriva quasi a sembrare a corto di fiato. Beethoven parlava di «gaie sensazioni risvegliate in una persona all’arrivo in campagna»: questa persona è chiaramente iperattiva e l’orchestra sembra severamente messa alla prova. Eppure è molto eccitante! Pletnev non può eguagliare il fraseggio gloriosamente naturale di, diciamo, Kleiber e la Concertgebouw (Decca) nel secondo movimento, ed i primi violini sono troppo forti – anche se il resto degli archi suona silenziato. Come risultato, l’effetto generale è decisamente troppo artificiale. Nello scherzo c’è un problema analogo e qui, nonostante tutta la loro individualità, i legni suonano ritmicamente sfocati. La tempesta è molto violenta e fa strada ad un ultimo movimento che inizia incredibilmente piano prima di accelerare il tempo.

Wagner chiamava la Settima «l’apoteosi della danza» e anche se Pletnev evita quasi completamente le variazioni di tempo nel primo movimento e fluttua qua e là, non trasmette la spinta irresistibile di Carlos Kleiber o Toscanini. L’andante è ponderoso e cantato ed il trio dello scherzo è – cosa piuttosto sorprendente – quasi a tempo, mentre il finale ha velocità, proiezione e potenza. Nel movimento di apertura dell’Ottava il tempo è rilassato e l’incredibile sezione dello sviluppo raggiunge un culmine perfetto, pur se non apocalittico. L’aggettivo rilassato ben si adatta all’intera performance, tutto è molto elegante eppure c’è potenza, impeto e alcune evidenziazioni ritmiche molto individuali nell’ultimo movimento.

Numerosi cicli di sinfonie di Beethoven cadono nella Nona: la più grande di tutte le sinfonie sembra oltre la portata di molti direttori. Non è il caso di Pletnev. Il suo primo movimento è affrontato ad un tempo moderato e procede senza remore, con numerosi lievi cambiamenti di tempo. Ci sono comunque uno o due punti, sia qui che nel resto del lavoro, in cui l’unisono e l’intonazione dei legni sono sospetti. Il termine ‘moderato’ non è proprio adatto allo scherzo. Esso è furiosamente veloce e deliziosamente impetuoso, con fragorosi timpani e ottoni esultanti; c’è solo un piccolo rallentamento del tempo per il trio. Le battute introduttive dell’adagio non stabiliscono il tempo seguente, che per me è troppo veloce. Ma l’approccio è perfettamente coerente quando lo si considera nel contesto dell’intera performance. All’inizio dell’ultimo movimento, gli archi gravi cantano un recitativo molto romantico ed i violenti accordi di interruzione sono quasi mahleriani. Ciò che è probabilmente il motivo più famoso al mondo è veloce e suonato senza pause. Nell’Ode vera e propria Matthias Goerne è bravo, ma manca del fuoco e del peso di un vero basso. Fortunatamente, Pletnev ha un tenore eroico in Endrik Wottrich, il che implica che la marcia ha un tono opportunamente marziale. Altrove la sua intonazione e quella del soprano è piuttosto scarsa. Il coro è buono, troppo piccolo e non eccezionale. I tempi di Pletnev – come ormai vi aspettereste – sono fluidi, ma egli coglie l’umore dell’esultanza cosmica, anche se alla fine della prima sezione corale il ‘vor Gott’ manca di potenza e volume. Comunque, si tratta di un significativo resoconto della Nona ed un culmine perfetto per il ciclo.

La cosa importante è che il Beethoven di Pletnev ha una voce unica ed identificabile ed egli ha qualcosa da dire riguardo il più grande dei compositori. Questo è il primo ciclo sinfonico di Beethoven negli ultimi trent’anni al quale torno volentieri.

Giudizio tecnico:

Equilibrio timbrico: 3/4

Bilanciamento: 3/4

Dettaglio e risoluzione: 3/4

Dinamica: 3/4

Il suono è un po’ caotico. Inevitabilmente è leggermente troppo avanzato e comunica una scarsa sensazione dell’acustica. Non ci sono veri tripli piani ed i tripli forti alla fine della Settima non convincono. Nella corale, il coro non si gonfia e anche se parte di ciò dipende dalla sua dimensione e qualità, almeno in parte la cosa è dovuta alla limitata gamma dinamica. Anche il bilanciamento è problematico. Quando il livello del volume cresce, i fiati sembrano più prominenti e si perde parte della profondità – il suono diventa più bidimensionale. La definizione non è ideale. Nei passaggi forti, in particolare, diventa difficile separare le sezioni strumentali e gli ottoni, in particolare, perdono presenza e mordente.

Neppure la gamma bassa e mediobassa è idealmente controllata. C’è un leggero rimbombo che diventa irritante. In parte può essere dovuto alla sensazione completamente falsa di brillantezza che pervade il soundstage, che potrebbe influenzare i summenzionati problemi di definizione. I corni nel trio dell’Eroica, per esempio, suonano quasi come se gli si fosse aggiunto un riverbero. Questo rimbombo, che da una indebita prominenza alle frequenze inferiori, affligge inevitabilmente l’equilibrio timbrico. Nonostante ciò, il suono non rovina o distoglie l’attenzione dalla cosa più importante – la musica, e non rende il ciclo meno consigliabile. Richard Strauss

Don Juan, Op.20; Tod und Verklärung, Op.24; Der Rosenkavalier (Suite); Tanz der sieben Schleier aus Salome

New York Philharmonic, dir. Lorin Maazel

CD Deutsche Grammophon CD 477 6435 (disponibile anche in download)

Registrazione stereo dal vivo, Avery Fisher Hall, New York 3,5,8/3/2005 e 21/9/2005 (Don Juan e Der Rosenkavalier); 29-30/9/2005 e 1/10/2005 (Tod und Verklärung e Danze)

Prod. e Eng: Lawrence Rock

Giudizio artistico: 3

La Universal – di cui la Deutsche Grammophon è una piccolo parte – ha lanciato una nuova serie di registrazioni dal vivo intitolata DG Concerts. La stragrande maggioranza di esse saranno disponibili solo in download, ma una piccola quantità vedrà la luce anche su CD. Tra queste, il concerto qui recensito. Durante gli anni ’60 e ’70, la Decca promosse un gruppo di giovani, eccitanti direttori. Tra questi era Lorin Maazel. Sfortunatamente, così come Zubin Mehta e Silvio Varviso, quella giovane promessa non è mai sfoggiata nella grandezza.

Questo concerto della New York Philharmonic interamente dedicato a Strauss non è niente di speciale ed in un mercato molto affollato, solo grandi performance, o quelle dell’ultimo ‘enfant prodige’, hanno realmente una possibilità di offrire ai produttori un qualche ritorno dal loro investimento. Don Juan apre in modo piuttosto dimesso ed il ritmo diventa presto metrico, come se i musicisti fossero stretti in un abito troppo attillato. Le grandi fanfare di corno che rappresentano l’eroe nel pieno della sua potenza virile sono appena efficienti e la musica d’amore è lacrimosa piuttosto che sensuale.

Tod und Verklärung è diabolicamente difficile da interpretare. Necessita di un impegno e di una fede assoluti nella musica. La cosa vale soprattutto per la trasformazione finale, in cui il compositore non riesce a rappresentare, o suggerire, la bianca radiosità dell’eternità, per citare Shelley. Solo Toscanini con l’Orchestra della Scala nel 1946 (Music & Arts) si avvicina ad una tale visione. Maazel e la sua orchestra sono troppo prosaici. L’apertura è sentimentale e la ‘trasformazione’ ricorda le sceneggiature hollywoodiane. Nei passaggi rimanenti c’è un’analoga mancanza di introspezione ed empatia. La New York Philharmonic suona bene, ma ci sono carenze di unisono. Per cui, purtroppo, non vedo una reale ragione per investire in questo disco. Robert Pennock

Giudizio tecnico:

Equilibrio timbrico: 3/4

Bilanciamento: 3/4

Dettaglio e risoluzione: 3/4

Dinamica: 3/4

Il suono è ragionevolmente aperto e non troppo avanzato, c’è inoltre un po’ d’aria attorno all’orchestra. Comunque, non si ha una vera sensazione di ascoltare un evento dal vivo in una sala da concerto, a parte gli applausi dopo ciascuna traccia. Così come manca qualunque percezione di una vera e naturale profondità nell’immagine sonora. I moderni ingegneri dovrebbero riascoltare alcune registrazioni MRF dal vivo pubblicate negli anni ’60 e ’70 per avere un’idea di ciò che si può veramente ottenere in termini di bilanciamento ed acustica quando si registrano eventi dal vivo.

Il bilanciamento interno è buono, ma gli archi acuti suonano a tratti leggermente troppo dominanti, per poi recedere con il livello della loro emissione. Essi suonano anche piuttosto esili; avendo parlato con un collega che vive a New York, posso affermare che ciò è dovuto solo in parte al suono della sezione. Fortunatamente, in quest’epoca piuttosto noiosa di omogeneità orchestrale internazionale, i legni della New York hanno conservato il suono pungente delle loro ance, ben ripreso nella registrazione.

La definizione è buona, ma c’è un po’ di congestione in gamma media nei passaggi forti, mentre la gamma dinamica è leggermente costretta e non si percepiscono veri ppp o fff, il che è un grande svantaggio con Strauss. Come sempre, a meno di non aver assistito al concerto, è difficile ascrivere ciò a colpe degli ingegneri o dei musicisti. Ma sospetto che sia dovuto ad entrambi. Per cui, come la performance, anche il suono non è niente di speciale. Robert Pennock

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