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Domenica, 29 Ottobre 2006 11:00

British Band Classics vol. 2

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BRITISH BAND CLASSICS. VOL. 2.

Eastman Wind Ensemble, Frederick Fennell.

LP 180gr Speakers Corner/Mercury SR90197.

Stereo. Eastman Theatre, Rochester, New York; novembre 1958; prod: W. Cozart; ing: C.R. Fine


giudizio artistico: OTTIMO-ECCEZIONALE

L'edizione originale su LP conteneva solo tre opere (di Jacob, Holst e Walton) mentre la successiva versione su CD ha visto in più i brani di Bennett e Williams (CD Mercury 432 009); l'edizione della Speaker’s Corner riproduce fedelmente i tre brani dello LP originale. La Crown Imperial March, composta per celebrare l'incoronazione di Giorgio VI, è il brano di maggior richiamo per gli audiofili. Solo una grande banda - ed un gran direttore - può rendere la maestosità del pezzo e eseguire i massicci accordi con la necessaria trasparenza, vitalità e ricchezza timbrica richieste dalla partitura. Fennell riesce egregiamente in questo compito e la sua versione è ancora una delle più invitanti in circolazione - per di più visto che Fennell vi ha aggiunto l'organo per ottenere un suono ancora più ricco. Molti di voi avranno poi ascoltato I Pianeti, banco di prova per l'hi-fi e capolavoro di Gustav Holst. In questa suite, Nettuno presenta un carattere particolarmente mistico e siderale che, secondo le note di copertina, fa il paio con il tono con la composizione di Hammersmith, specialmente col suo ampio preludio. A me pare che l'inizio del brano sia un po' laborioso e, piuttosto, terrestre, ma, pazienza, rapidamente un ritmo stravinskiano e una eco shostakoviana lo trasformano in un colorito affresco sonoro. Holst cercava di scrivere una partitura che sottolineasse la dialettica irrisolta tra l'umano e il volgare, espressa dal Preludio e dallo Scherzo; secondo me il Preludio non raggiunge l'obiettivo, ma l'idioma modernista, dissonante (atonale) della seconda parte del brano è senza dubbio un sentiero verso i più impervi aspetti della modernità. Lo Eastman Wind Ensemble, fatto di strumentisti virtuosi, riesce senza dubbio a rendere quest'ultima sensazione con la massima convinzione. Identica bravura viene mostrata nella Suite di William Byrd, trascrizione moderna di sei brani scritti da un contemporaneo di Palestrina e Victoria, realizzata dal compositore inglese Gordon Jacob nel 1923 per celebrare il trecentesimo anniversario della morte di Byrd. The Maiden Song e John come kisse me now sono stupendamente idiomatici, e la scrittura moderna riesce a rinvigorire il linguaggio cinquecentesco - quasi come fece Schönberg con I valzer di Strauss. Disco interessante specialmente per gli amanti della musica per banda. Se il repertorio non v'interessa, potete sempre servirvi di questo disco per provare la qualità del vostro impianto.


giudizio tecnico: BUONO-OTTIMO [img]http://forum.audiophilesound.it/images/Symbol1BlackSmall.gif[/img] [img]http://forum.audiophilesound.it/images/Symbol2BlackSmall.gif[/img] [img]http://forum.audiophilesound.it/images/Symbol3BlackSmall.gif[/img] [img]http://forum.audiophilesound.it/images/Symbol4BlackSmall.gif[/img] 3/4 3/4 3/4 3/4

Un buon Mercury, non eccezionale, ma in grado di dare una buona idea di come una banda possa suonare in condizioni reali. Non c'è la profondità dei bassi che si può trovare nelle tarde incisioni di Fennell per la Telarc (penso specialmente a quelle registrate con convertitore Soundtream a 50KHz recentemente passate in DSD - per esempio quella con i Cleveland Symphonic Winds che svettano per trasparenza e slancio dinamico [SACD-60639] - ma la frequenza bassa è più che adeguata e alcuni rintocchi di grancassa sono davvero sensazionali). Ciò che offre questa rimasterizzazione della Mercury è la velocità, la ricchezza di timbri e la globale profusione di armonici; con un sistema di giradischi, braccio e testina in classe A la risoluzione delle più rapide micro-dinamiche acquisisce ancor più dettaglio e coinvolge ancora di più nel discorso musicale. La versione, sempre Mercury, su CD era anch'essa molto ben fatta, in grado di offrirci opere imponenti come la Crown Imperial March con una tessitura molto chiara, una migliore stabilità dei bassi e un picco elevato che si spinge sorprendentemente in alto per essere un trasferimento a 16bit/44.1. Per contro la versione in LP (sia quello originale sia la presente rimasterizzazione) differiscono per la resa delle velocità di transizione. Intendo dire che mentre la versione digitale può sembrare più chiara, più dinamica e più estesa ai margini inferiore e superiore dello spettro, tuttavia non riesce a comunicare l'intensità dell'esecuzione come invece riesce a fare il vinile. Un simile risultato si può ottenere solo se le note sono riprodotte con la massima attenzione per la micro-dinamica; altrimenti ciascuna nota può mancare della necessaria definizione e I suoi contorni finiscono per essere meno percepibili, spesso inficiando sia il vigore ritmico sia la continuità espressiva. Nonostante alcuni audiofili preferiscano sempre gli LP originali alle rimasterizzazioni - per quanto ben fatte queste ultime possano essere - io credo che spesso i moderni riversamenti della Speaker’s Corner e della Classic Records, pur non avendo lo stesso calore nel registro medio degli originali, pur riescano a dare il meglio da ogni profilo: una robusta linea di basso, microdinamiche più potenti e tessiture più limpide anche di quelle degli LP originali, e senza l'uniformità che contraddistingue i CD. In questo caso specifico, l'originale spesso suona più povero e manca della profondità riscontrabile sia nell'edizione in CD sia nella rimasterizzazione della Speakers Corner.

Pierre Bolduc

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