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Martedì, 06 Ottobre 2009 13:44

‘Round about Midnight’ e ‘Miles Smiles’ ristampati su vinile dalla Speaker’s Corner

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‘Round about Midnight’ e ‘Miles Smiles’ ristampati su vinile dalla Speaker’s Corner

Osvaldo Uccheddu

Dopo un lasso di tempo abbastanza lungo torno a fare recensioni per AS e lo faccio con quest'incantevole LP, una gemma di diafana bellezza che mi riapre il cuore ad ogni ascolto.

La composizione di Monk si adatta quanto mai bene alla tromba di Miles, che trae da quella sublime concatenazione armonica elementi di profondo lirismo e d'intensa suggestione. Il carattere notturno del brano è magnificato da intensi spot luminosi, dei bagliori fugaci che trafiggono il buio per poi ritrarsi, lasciando un sottofondo di magia. Il raddoppio del tempo è funzionale all'assolo di Coltrane che, come ci si aspetta, infila una serie di note da par suo: egli cita la melodia, ma se n'allontana subito, la aggira e

ne costruisce di parallele. La sezione ritmica, nella successiva Ah- Leu-Cha,è il cuore pulsante che traina gli assolo dei due fiatisti: l'esposizione ci lascia ascoltare un tema tutto basato sul contrappunto, cui seguono i vari interventi solistici dei musicisti… ed è una grande lezione di jazz quella di cui si gode, le cui origini sono da ricercare nel be-bop più genuino ma che esteticamente appartiene all'hard-bop. La prima parte del vinile si chiude con All Of You, ottima occasione per apprezzare il corpo ritmico-armonico proposto dal trio Garland-Chambers- Jones, d'inusuale, swingante raffinatezza.

La seconda parte si presenta con una splendida interpretazione di Bye Bye Blackbird.L'impressione di grandissima scioltezza e semplicità che i nostri lasciano trasparire nell'interpretazione dell'assolo è, in realtà, prova di classe immensa: sia la tromba sordinata di Davis (al solito essenziale, a suggerire un uso delle pause e dei silenzi assolutamente magistrale) che il sax di Coltrane, fantasioso ma asciutto,

riempiono il brano di preziosità come solo il loro genio sa fare. Per finire Tadd's Delight e Dear Old Stockholm sono solo la splendida conferma (oltrechè due stupende gemme dell'arte dell'improvvisazione) che si è all'ascolto di un LP fantastico, emozionante

e di livello considerevolmente alto. Il lavoro svolto dai tecnici Speaker's Corner è notevolissimo, per un vinile di qualità elevata. La totale silenziosità e l'assenza di qualsiasi rumore e/o soffio, rendono il vinile, grazie al sostanziale alto profilo dei diversi parametri sonori, degno di cotanta bellezza musicale. L'origine monofonica della ripresa sonora (effettuata in tre sedute, tra il 1956 ed il '57 e prodotta da George Avakian) è avvertibile per la mancata disposizione allargata sul fronte orizzontale: gli strumenti appaiono tutti piuttosto accentrati ma è interessante notare come questa caratteristica non renda

asfittica la scena, che non diventa mai opprimente e costrittiva ma, anzi, pare piacevolmente ariosa. Buona la profondità ma siamo, ovviamente, lontani da livelli d'eccellenza che a questo parametro si riconoscono attualmente. La godibilità e la naturalezza del timbro sono il segno d'un bilanciamento

sonoro molto ben riuscito, che offre un sostanziale equilibrio tra le varie gamme di frequenza: gli alti appaiono dolci e limpidi, ricchi di armoniche superiori, magari non estesissimi mentre i bassi sono ben corposi ma soffrono di un'articolazione non proprio perfetta e tendono ad essere leggermente 'rotondi'. La gamma media è realmente splendida ed è un piacere poterne apprezzare la grande ricchezza

timbrica ed i colori strumentali riproposti con una naturalezza e vitalità da

primato. Dinamicamente non si evidenziano sostanziali mancanze ma nemmeno punti di reale eccellenza. La sensazione è quella di un suono a cui manca il colpo di coda finale, quella spruzzatina

di magia che ci si aspetterebbe. Dinamicamente definirei il disco ben riuscito ma le escursioni micro-macro dinamiche non riescono a farmi sobbalzare nel divano… ed è un peccato, perché questo parametro è quello che maggiormente contribuisce ad un suono 'live', vitale e naturale.

La trasparenza è su livelli buoni ma è limitata da una definizione che non riesce a separare benissimo le diverse componenti strumentali. A causa di ciò anche il dettaglio, non certo di natura 'radiografica', tende a perdere parte dell'incisione che tornerebbe utile a scolpire maggiormente i contorni strumentali.

In sostanza un disco sicuramente ben rimasterizzato che soffre un pochino di alcuni limiti presenti nella ripresa originale.

Miles smiles

Disco meraviglioso Miles Smiles, un classico del periodo hard-bop, suonato ed interpretato eccelsamente da musicisti eccelsi. Il quintetto è composto, oltre a Davis, da Wayne Shorter (sax

tenore), Herbie Hancock (pianoforte), Ron Carter (contrabbasso) e Tony Williams (batteria). Una formazione da far tremare i polsi quindi, sicuramente garanzia di grande jazz. E Miles Smiles è, senza tema di smentite, un album fantastico in cui immergersi, dal quale il distacco è quasi doloroso. La prima parte si apre con Orbits, un brano affascinante nel quale il sax, la tromba ed il piano espongono le loro linee melodiche; curiosamente il piano non viene utilizzato per produrre armonie ma solo ed esclusivamente per l'improvvisazione melodica e la base ritmico-armonica è demandata ai soli contrabbasso e batteria. Circles ha una magnifica atmosfera notturna, molto intimista, splendido nel suo

dipanarsi in modo spiraliforme partendo da una linea melodica essenziale. Footprints, bellissima composizione shorteriana, è davvero da brividi lungo la schiena: tutti si esprimono a livelli straordinari, Williams svolge un pazzesco lavoro propositivo che funge da stimolo alla goduriosa improvvisazione

di Davis, che è qualcosa d'ipnotico, da lasciare attoniti. Carter e Hancock sono sublimi, l'uno nel mantenere in piedi la struttura dell'intero edificio musicale, l'altro nel riempire gli spazi con molecole armoniche di pregiata raffinatezza. E Shorter non è certo da meno quando è il momento di soffiare, dentro questo piccolo capolavoro, note di peso e di concreta materia.

Un Davis travolgente ci aspetta in Dolores, primo brano della seconda parte, dall'andamento obliquo che tende a richiami a strutture armoniche complesse. A Shorter e Hancock sono affidate le altre improvvisazioni mentre Williams e Carter svettano e si ripropongono come una sezione ritmica d'inusitato valore, sia nel sorreggere tutta la struttura che nel riproporre continuamente fiumi d'idee.

Curiosamente anche qui il piano partecipa assai poco all'armonizzazione e si limita ad eseguire la raffinata improvvisazione. Freedom Jazz Dance e Ginger Bread Boysono gli ultimi due brani di un album davvero eccezionale, un gioiello che tutti gli amanti del jazz devono avere, testimonianza d'una stagione forse irripetibile.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la perfetta prospettiva delle componenti strumentali nel senso

della profondità, per gli spazi giustissimi che intercorrono tra gli strumenti in prima fila e la sezione ritmica: né troppo né troppo poco. Anche in larghezza il fronte si espande bene, anche oltre i diffusori ma tende a lasciare forse un centro un po' vuoto che dovrebbe invece accogliere i due fiati.

Bella la sensazione d'aria e di spazialità. Il bilanciamento tonale è bello, bellissimo, e tutti gli strumenti sono assolutamente valorizzati e riccamente irrorati da una completezza armonica esemplare. Il contrabbasso è perfettamente intelligibile, profondo, corposo, articolatissimo, mai lungo o impastato.

La batteria è timbricamente rigogliosa, la tromba ed il sax sono stupendi, il pianoforte è completo in

tutte le ottave. Il dettaglio contribuisce a mantenere alto il profilo tecnico della ripresa sonora: nulla viene nascosto o dimenticato, tutto è riproposto con la massima esattezza e naturalezza, senza che

mai si avverta un fastidioso o forzato effetto 'radiografico.

La dinamica è di quelle da ascoltare, in particolare per la capacità (rara) di fare tutto bene senza cadere in esibizionismi muscolari che dimenticano la naturalezza dinamica degli strumenti acustici: non si sente mai la classica espressione di esagerato stupore, quella che dopo un'ora si è già trasformata in senso di disagio… No, qui è tutto a posto, dalle piccole inflessioni microdinamiche interstrumentali

alle grandi dosi di energia necessarie a dipanare le più intricate situazioni energetiche, ma, è qui sta

il bello, non c'è nulla di spettacolare e/o esibizionistico, c'è solo vitalissima naturalezza. Uno spettacolo, non c'è che dire. Osvaldo Uccheddu

Letto 20251 volte Ultima modifica il Martedì, 06 Ottobre 2009 13:44

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