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Giovedì, 08 Febbraio 2007 13:43

Warren Vaché - What is there to say?

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WARREN VACHÉ.

WHAT IS THERE TO SAY?.

Warren Vaché (cornet, trumpet vocals), Joe Puma (guitar) Murray Wall (bass), Eddie Locke (drums).

CD Nagel Heyer CD 056. Studio Recording. 1999.

Prod: H.Nagel Heyer&S.Nagel Heyer. Eng: B.Moss.


giudizio artistico: ECCEZIONALE

giudizio tecnico: OTTIMO-ECCEZIONALE

DINAMICA: 4/5

EQUILIBRIO TONALE : 4

PALCOSCENICO SONORO: 4/5

DETTAGLIO: 4

Le incisioni qui consigliate sono frutto di comparazioni pacate e attente. Cercano di fondere l’indubbia levatura interpretativa con uno spessore tecnico adeguato. Questa netta impostazione si è resa indispensabile per consentire al lettore-ascoltatore di

sintonizzarsi sulla massima ‘frequenza qualitativa’ del supporto discografico, unitamente al più alto profilo interpretativo.

La scheda per questa puntata riguarda un CD del cornettista Warren Vaché dal titolo What is there to say? (Nagel Heyer Records, CD 056, New York City, Nola Recording Studios, 18-19 Maggio 1999). Oggi, senza ombra di dubbio, Warren Vaché è il principale interprete della cornetta moderna. Erede della tradizione dei maestri ‘storici’, lungi dal proporre un anacronistico tentativo di revival, è portavoce, allo stesso tempo, di una sorta di neoclassicismo che trova la sua ratio nell’evoluzione dello stile fino ai giorni nostri, lungi, è bene ribadirlo, dal limitarsi a una sterile e passiva contemplazione del

passato. Il timbro delicato dello strumento di Vaché gli permette di suonare sul registro acuto senza diventare aggressivo e di attaccare anche i suoni gravi con la precisione di una tromba. A un approfondito ascolto del disco si possono scorgere le principali matrici stilistiche di Vaché che possono essere ricondotte, per certi versi, a Bobby Hackett, Clifford Brown e Billy Butterfield. Da questi trombettisti sceglie lo stile d’esecuzione che meglio si confà alla sua sensibilità, al suo amore per il bel suono e per la melodia.

Vale la pena menzionare, fra le sue muse, anche Blue Mitchell, George ‘Pee Wee’ Erwin (che, insieme a Jim Fitzpatrick, fu suo insegnante), Louis Armstrong e Roy Eldridge. Si noti, a proposito di quest’ultimo, come Vaché voglia tributargli un involontario omaggio nell’interpretazione con sordina harmon priva di stem in un paio di occasioni (in See Jim, See Jane, See Joe, CJam

Blues e in I’ll Never See Maggie Alone). Vaché, oggi cinquantaduenne, s’impone per una sicurezza che si sprigiona in una sorta di serena potenza che gli permettono di leggere ogni melodia con un rispettoso diletto, scolpendo ogni nota e fondendola contemporaneamente in un discorso dal fascino irresistibile. Dolcezza delle inflessioni che si alterna a passaggi sporchi e growlati e a cambiamenti di registro, intensità sonora sempre finemente modellata e scelta di non-violenza ritmica. Questi sono, a mio avviso, alcuni fra i tanti elementi distensivi che fanno da corredo a un senso dello swing importante che partecipa continuamente della respirazione di questo eccellente cornettista.

A Vaché il suono sanguigno piace e in questo disco, sotto il profilo della resa sonora, abbiamo uno dei suoi migliori risultati. Un timbro magnifico, una potenza drammatica che lascia interdetti, una dizione chiarissima che contribuiscono a creare un caleidoscopio ricco di colori. La scena viene fedelmente e quasi meticolosamente ricostruita a una distanza credibile, né troppo vicina né troppo lontana come in altre realizzazioni dell’etichetta tedesca. Il suono della chitarra di Puma risuona nella cassa magnificamente ed è metallico e tagliente, offrendo un piacevole contrasto col timbro corposo e robusto di Vaché. Altro elemento interessante è la dinamica: alzando il volume entro margini ragionevoli (cosa che faccio spesso nelle valutazioni tecniche) non si ha alcuna perdita o cedimento di segnale, anche sul basso, che spinto ai limiti (fattore importante per il possibile abbinamento dell’impianto a un sub) non perde la plasticità e la freschezza mostrate in precedenza. Parliamo, comunque, di pressioni poco compatibili con la vita di condominio. Ottimo anche l’equilibrio tonale. Le oscillazioni delle armoniche più forti della fondamentale e la presenza delle spurie nella tavola armonica degli strumenti è assai limitata, e ciò contribuisce a restituire il timbro originario dell’esecuzione in studio.

Pregevole il dettaglio degli strumenti che contribuisce a delineare i concetti di localizzazione e spazializzazione del quadro sonoro favorendo l’allontanamento dell’idea della ristrettezza delle pareti dell’ambiente di ascolto riflettendo, allo stesso tempo, un

lodevole posizionamento dei microfoni che percepiscono in modo squisito le variazioni di pressione sonora.

Tony Mancuso

Letto 62105 volte Ultima modifica il Giovedì, 08 Febbraio 2007 13:43

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