fbpx

Direttive europee per la Pivacy Online

Questo sito WEB usa cookie per gestire l'autenticazione, la navigazione e altre funzionalità, anche di terze parti. Usufruendo del sito, acconsentite che questo tipo di informazioni vengano raccolte e memorizzate sul vostro dispositivo.

Leggi i riferimenti normativi europei sulla privacy online

Avete rifiutato l'utilizzo dei cookies. La vostra scelta può essere modificata in ogni momento.

Avete acconsentito all'utilizzo di cookies. Potete comunque modificare questa impostazione in ogni momento.

Giovedì, 22 Febbraio 2007 12:45

Mingus - The Black Saint and the Sinner Lady

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)

CHARLES MINGUS. THE BLACK SAINT AND THE SINNER LADY. LP Impulse!/Speaker’s Corner AS-35

DDD. Stereo. Studio recording. 1963

Prod. Bob Thiele

Eng. Bob Simpson


Giudizio artistico: ECCEZIONALE

Giudizio tecnico: ECCEZIONALE

Quando il nostro direttore mi ha chiesto di scegliere per i lettori di AS quello che io ritenevo uno dei migliori album di jazz, considerando anche la qualità della registrazione, non ho avuto troppe difficoltà. Avrei potuto pescare dal mazzo una qualsiasi incisione di Rudy Van Gelder, ma per un motivo o per un altro (che vi spiegherò nei prossimi numeri) ho preferito scegliere una produzione di Bob Thiele. Tuttavia, ripensandoci, è singolare che quello che io ritengo uno dei migliori cento album della storia del jazz non sia stato realizzato da un sassofonista o un trombettista, ma da un contrabbassista. In effetti, Charles Mingus anche per questo è stato uno degli artisti più eversivi ed innovativi della scena jazz del suo tempo. Egli riuscì affrancare il ruolo del bassista da quello di semplice gregario ritmico ed imporsi come band leader e compositore.

Black Saint and the Sinner Lady è, senza dubbio, uno dei suoi lavori più completi. In quest’opera, Mingus raggiunge la sua completa maturità artistica, toccando le vette massime di espressività della musica afro americana. Naturalmente, questo è un album ricco di contenuti che vanno persino al di là della musica stessa. Si tratta di una sorta di concept ante litteram basato sul riscatto della popolazione nero americana. In quegli anni, infatti, il concetto di segregazione razziale non aveva abbandonato ancora completamente la società americana, sebbene la gente di colore marciasse già verso la piena conquista delle pari opportunità. L’intento di Mingus era quello di creare una musica che narrasse questa marcia partendo dalle radici africane, passando per i lunghi secoli di schiavitù, arrivando fino alla lotta per i diritti della gente di colore e affidando infine all’ascoltatore un visionario messaggio di speranza. Oltre a questo, l’album presenta anche un’altra lettura, meno chiara, che è una sorta di auto analisi dello stesso Mingus, musicista di colore dalla vita trascorsa ai margini della società bianca. Non è un caso che le note dell’album siano state redatte dallo stesso psichiatra di Mingus. La musica di questo disco parte da radici forti e certe, quelle delle composizioni di Duke Ellington, unico chiaro referente diretto per Mingus. Tutto il resto suona in maniera innovativa e futuristica, ma senza perdere mai di lucidità e fruibilità. La sperimentazione di Mingus, infatti, non è volta ad escludere gli ascoltatori neofiti, ma al contrario tende loro una mano, coinvolgendoli.
La partitura dell’intero lavoro fu presentata nel 1962 durante alcune serate al Village Vanguard con l’orchestra già schierata in tutti i suoi undici elementi. La suite si articolava in sei parti, di cui le ultime tre sono senza soluzione di continuità racchiuse nell’ultima traccia. La musica si presentava in tutta la sua complessa articolazione, con improvvisi momenti corali, accelerazioni e momenti solistici di grande intensità. Il pianoforte è suonato dallo stesso Mingus e da Jackie Byard, mentre la maggior parte degli a-solo è affidata al sassofono di Charlie Mariano, che in questa registrazione è al suo meglio. Non di rado la sezione ritmica si lascia andare nell’improvvisazione organizzata, mentre gli ottoni snocciolano riff e partiture di grande effetto.

Per molto tempo gli audiophili hanno gettato un occhio distratto a quest’album, basandosi sugli ascolti del vinile originale Impulse! del 1963. Nonostante, in molti si fossero resi conto che si trattava di un’opera con un alto profilo d’ascolto, non si poteva fare a meno di notare che conteneva alcune incertezze. Le successive ristampe in cd misero in ombra gli ascolti del vinile, dimostrando che le sedute di registrazione guidate da Bob Thiele erano state effettuate con tutti i crismi della qualità. Evidentemente, c’era qualcosa di storto nel pressing del vinile originale. Tuttavia, questo non bastava ancora a noi audiophili. Il cd suonava meglio, ma era troppo ‘freddo’ rispetto alla versione originale in vinile. Vennero fatte altre ristampe, ma più che si riscopriva l’ottima qualità di questa registrazione, il sound originario del vinile andava perduto.

A risolvere questa situazione arrivò infine la tedesca Speaker’s Corner che decise di realizzare una versione in vinile di 180 grammi partendo dai master originali di prima mano. Così facendo vennero risolti i problemi riscontrabili in alcune stampe successive alla prima fatte da master di seconda o terza qualità. La bontà del vinile di quest’edizione, inoltre, dimostra che quello originale Impulse! era realizzato con materie di seconda scelta e dalla poca resa sonora. In questa versione il sound originario dell’album è preservato, ma riproposto con una qualità che supera qualsiasi ristampa in cd. Un altro forte pregiudizio verso quest’album da parte degli audiophili, fu dovuto alla presenza di overdubs. Mingus, infatti, durante le fasi di post produzione, sottopose il materiale ad un lungo processo di sovraincisioni. Fu un fatto eccezionale nella musica jazz del tempo, che aveva riscontri precedenti soltanto in alcune registrazioni di Sidney Bechet e in alcune incisioni di Lennie Tristano.

Ciò nonostante, il soundstage appare naturale e ben equilibrato, con una bella apertura in profondità ed ai lati. La scena riesce a ‘catturare’ l’ascoltatore trascinandolo nel vivo dell’esecuzione. Vera o artefatta che sia questa scena, poco importa. L’effetto é assolutamente audiophilo, così come lo intendiamo su queste pagine. Il dettaglio, nella versione in oggetto, risulta brillante, ricco di sfumature e arricchito da una vasta tavolozza timbrica. La dinamica presenta, invece, una forbice fra pianissimi e fortissimi realmente eccitante, che sembra restituire appieno l’interplay di un live. Il sound generale, infine, è la vera perla di questa ristampa (che per altro recensii sulle pagine di AS in epoca preistorica): c’è pulizia, apertura e una ampia estensione di frequenze, ma è anche caldo e avvolgente. In pratica, una sorta di modello per tutti gli album jazz che sono stati incisi negli anni seguenti. Non me ne voglia Rudy Van Gelder, che rimane il mio producer preferito, ma in questo caso la coppia Bob Thiele/Bob Simmons gli fu superiore.

Panorama stereofonico: 5

Equilibrio tonale: 5

Dinamica: 5

Dettaglio: 5

Simone Bardazzi

Letto 12145 volte Ultima modifica il Giovedì, 22 Febbraio 2007 12:45

Editore

Accesso Utente

Utilizzando questo sito si accettano integralmente le norme e le condizioni d'uso in vigore