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Giovedì, 19 Febbraio 2009 11:39

BLOOD SWEAT AND TEARS. CHILD IS FATHER TO THE MAN.

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LP Columbia / Speaker's Corner CS 9619. LP 180gr.

Studio, New York, 1968. Eng: Fred Catero.

www.soundandmusic.com


giudizio artistico: OTTIMO-ECCEZIONALE

1968. Siamo all'apice del grande rinnovamento creativo che ha caratterizzato – musicalmente parlando - il decennio che sta per concludersi, decennio che nella sua ultima parte ha visto e vede maturare una serie di capolavori discografici che da soli basterebbero a consacrare definitivamente gli anni '60 come magici e irripetibili. Nel 1965 Highway 61 Revisited di Bob Dylan, nel 1966 Pet Sounds dei Beach Boys, nel 1967 Sergeant Pepper dei Beatles, ed infine, nel 1968, oltre a Blonde on Blonde, ancora di Dylan, e a The Pipes at the Gates of Dawn dei Pink Floyd, questo sorprendente Child is father to the man dei Blood Sweat and Tears. Gruppo fondato da Al Kooper, musicista geniale ed eclettico, polistrumentista, arrangiatore e compositore, in quel periodo la sua fama era già ben consolidata, sia per le prestigiose collaborazioni (Rolling Stones, Jimmy Hendricks e soprattutto Bob Dylan nei due album sopracitati), sia per aver fatto parte dei mitici Blues Project, insieme a Danny Kalb e Steve Katz. Ma, instancabile e proiettato alla sperimentazione, Al Kooper decide di lasciare questo gruppo per realizzare insieme all'amico Steve - che porta con sé - un progetto ambizioso che gli sta molto a cuore, quello di dar vita ad un gruppo che sappia fondere jazz e rock, non trascurando componenti di folk e soul . E così nascono i Blood Sweat and Tears, nome che Al sceglie, ispirandosi al titolo di un album di Johnny Cash del 1963.

La componente jazzistica cui Kooper si ispira è costituita dal sound e dallo stile raffinati ed evoluti delle ultime big band degli anni '50 (Maynard Ferguson, Stan Kenton, - ovvero grandi sequenze di ottoni portate all'estremo su registri acuti a volte dissonanti, alternate ad assoli altrettanto esasperati), componente qui ben rappresentata da musicisti quali Randy Brecker, Jerry Weiss (trombe), Dick Halligan (trombone) e Fred Lipsius (sax alto e pianoforte); mentre le componenti rock sono ben alimentate dalla chitarra elettrica ed acustica di Steve Katz, dal basso di Jim Fielder (già con Frank Zappa e Buffalo Springfield), dalla batteria di Bobby Colomby e ovviamente dall'organo inconfondibile e dalla voce nervosa e incisiva del leader; voce alla quale si alterna in un paio d´occasioni quella piú calda e folkeggiante di Steve Katz (Morning Glory e Meagan's gipsy eyes). A completare l'organico ecco poi inaspettata una nutrita sezione d`archi (sette violini, tre viole, due violoncelli), utilizzata non per semplice abbellimento, ma come ulteriore apporto originale e creativo, sia per punteggiare alcuni brani in un felice e mai banale contrasto con i fiati, sia per diventare unica protagonista in alcuni episodi.

Ed è proprio il primo episodio dell'album ad aprirsi con la sezione d'archi impegnata a eseguire (o dissacrare….), in una sorta di ouverture, una saltellante melodia dove violini e violoncelli sono rincorsi da reiterate risate isteriche da parte dei componenti del gruppo. La prima volta che ho ascoltato questo disco nel lontano 1969, stampato in Italia con il logo CBS, ricordo di essere rimasto alquanto sconcertato per questo inizio così poco ortodosso, facendomi quasi pentire dell'acquisto… (In seguito è risultato essere uno dei dischi da me piú ascoltati in assoluto!). Ma ecco poi che con la seconda traccia I love you more than you never know la cosa si fa seria.

Arriva infatti una lunga, splendida e tiratissima ballata bluesistica composta da Al Kooper, la cui voce si dipana drammatica e sofferta su un tappeto ritmico di blues rock, incalzata dai fiati che sottolineano all`unisono i momenti piú sofferti in un crescendo parossistico che si conclude poi con un intervento strappato e lancinante degli archi. Poche note da brivido, un attimo prima che la voce di Al torni a cantare, anzi a supplicare! Ed ecco poi, ispirati e mozzafiato gli assoli: la chitarra distorta e dissonante di Steve Katz e il sax ruvido e insieme melodico di Fred Lipsius.

Nella prima facciata, oltre ad un'altra composizione altrettanto ispirata del leader, My days are numbered, si succedono poi alcune cover - ottimamente rielaborate e arrangiate - estratte dal repertorio di noti cantautori nordamericani. La giá citata Morning glory di Tim Buckley, Without her di Harry Nillson e Just one smile di Randy Newman, dove i vari contesti stilistici originari si fondono egregiamente con spunti e assoli di impronta jazzistica. La seconda facciata comprende ancora quattro composizioni di Al Kooper: I can't quit her, nella quale si fa notare un eccellente lavoro di Jim Fielder al basso che sostiene l'incalzante mid-tempo di questo brano; Something goin´ on, un lungo blues strascicato dove organico e parti soliste hanno nuovamente modo di eccellere (da segnalare il dialogo serrato tra chitarra elettrica e fiati e un'ottimo assolo di pianoforte). E poi ancora House in the country, altro Scherzo per archi, voce solista, schiamazzi e animali vari che riprende il tema della ouverture iniziale. Ma anche in questo caso lo Scherzo prelude a un capolavoro compositivo del leader: The modern adventures of Plato, Diogenes and Freud, nel quale un testo decisamente impegnato si avvale di una emozionante linea melodica e di uno stupefacente arrangiamento per soli archi.

Completano la seconda facciata la giá citata e unica composizione di Steve Katz, Meagan's gypsy eyes, bella ballata folk dalla struggente sonoritá e l'ottimo brano di chiusura firmato Jerry Goffin-Carol King So much in love, cui fa subito seguito il gran finale (Underture), dove ritroviamo ancora una volta il tema e i il caos di House in the country. Un'ultima nota sulla copertina del disco, tutto evidentemente all'insegna dell'originalitá: grazie a un ottimo lavoro di fotomontaggio e in coerenza con il titolo emblematico dell' album Child is father to the man, essa raffigura i componenti del gruppo, con in braccio se stessi in dimensioni ridotte, come fossero figli bambini dal volto adulto.

Credo proprio che sia costato 'sangue, sudore e lacrime' a Kooper e compagni l'entusiasmante risultato raggiunto da questo lavoro, con i tanti ingredienti sulla tavola perfettamente amalgamati in una miscela fresca ed esplosiva di idee e di nuove sonoritá, ma anche dispensatrice di sentimenti e vibrazioni.

Mario Frangini


giudizio tecnico: BUONO-OTTIMO

DINAMICA: 3/4

EQUILIBRIO TONALE : 4/5

PALCOSCENICO SONORO: 3/4

DETTAGLIO: 4/5

Se pur con i limiti della registrazione di tipo multitraccia, sistema che nel 1968 è oramai universalmente adottato in ambito pop/rock, ritengo comunque notevole il risultato conseguito dal tecnico Fred Catero per questa prima opera dei Blood Sweat and Tears. Infatti lo scarso senso di ambienza naturale e di profonditá del palcoscenico virtuale, è largamente compensato dal caleidoscopio di suoni e colori che si sviluppano davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie in un ampio piano orizzantale. E su questo piano tutto lo spazio è ben riempito, senza alcun buco centrale.

La dinamica risente di qualche compressione - ritengo sempre per i limiti del sistema multitraccia e delle conseguenti sovraincisioni - ma quando, per esempio, i fiati esplodono, si rivela sufficientemente proporzionata. Il dettaglio e la timbrica degli strumenti e delle voci sono molto buoni. Per quanto concerne l'equilibrio tonale, dobbiamo fare un plauso alla Speaker's Corner Records, la quale, incrementando le frequenze medio basse – in questo caso positivamente – ha migliorato notevolmente l'equilibrio generale, equilibrio che nelle due copie originali in mio possesso (una italiana e l'altra americana), al confronto, risulta mancante di spessore verso il basso. Per il resto questa edizione audiofila non ha alterato il quadro di insieme rispetto alla registrazione originale, se non per una maggiore pulizia, determinata anche dall'assoluta silenziositá del vinile. Mario Frangini

Letto 10036 volte Ultima modifica il Giovedì, 19 Febbraio 2009 11:39

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