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Sabato, 25 Luglio 2015 10:24

AA.VV. Ballet Music from the Operas

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Philharmonia Orchestra - Herbert von Karajan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valorizzata ed esaltata soprattutto dal genere del grand opéra francese (quello, tanto per intenderci, nel quale primeggiò il compositore tedesco Giacomo Meyerbeer, che operò in massima parte a Parigi nella prima metà dell’Ottocento), la musica da balletto per l’opera si diffuse anche al di là dei confini della douce France per entrare nel repertorio operistico di altri autori e di altre scuole musicali anche nella seconda metà di quel secolo. Così, ecco apparire brani da balletto nella musica russa (si pensi a Borodin e Musorgskij), nell’opera italiana, soprattutto con Verdi, e anche con il primo Wagner, che risente appunto della lezione del conterraneo Meyerbeer.

Ma per quale motivo la musica lirica “adottò” il balletto nel contesto storico e culturale dell’Ottocento? Il motivo fondamentale sta nel fatto che le trame e gli sviluppi scenici del grand opéra erano lunghi e spesso complessi, mettendo a dura prova l’attenzione del pubblico in sala, il quale aveva necessariamente bisogno di comprensibili “pause” per allentare la tensione emotiva o, all’opposto, la noia della quale poteva restare vittima. Dunque, si pensò bene di inserire delle scene danzanti, perfettamente inserite nel contesto dell’opera, durante le quali un corpo di ballo si esibiva in balletti che dovevano simbolicamente ricreare scenari di feste danzanti, cortei fastosi, sfilate di eserciti vittoriosi, per incrementare l’attenzione e per vincere la noia. Insomma, una specie di “consigli per gli acquisti” dell’epoca, come quelli che infarciscono i programmi televisivi odierni.

Ovviamente, per ottenere tale effetto, la musica di questi balletti doveva risultare da subito coinvolgente, allettante, stimolante, adatta per essere assimilata anche da orecchie non avvezze o abituate all’arte delle note.

Ne è una riprova questo LP che ha fatto epoca anche presso un pubblico di non appassionati di musica lirica per l’intrinseco fascino dei brani registrati e diretti superbamente da Herbert von Karajan alla testa della Philharmonia Orchestra. Disco che inizia con il balletto presente all’inizio del secondo atto dell’Aida di Giuseppe Verdi, composta nel 1870. La scena si apre con la figlia del re, Amneris, circondata dalle schiave che la lavano e la vestono in previsione della festa trionfale, mentre giovani schiavi mori inscenano danze agitando enormi ventagli di piume. Il tutto avviene tra i bracieri che bruciano incenso e altre essenze.

Una scena altamente evocativa, nella quale la proverbiale orchestrazione verdiana dà il suo meglio, con il tema frenetico enunciato dai flauti che immergono fin da subito l’ascoltatore nel clima esotico dell’atmosfera, ripreso dall’intera orchestra [00.03 - 00.33].

Questo tema lascia spazio subito a un secondo, enunciato sempre dai fiati, che riporta alla mente le “turcherie” settecentesche, incarnate dal celeberrimo Rondo alla Turca della Sonata n. 11 per pianoforte di Mozart [00.35 - 01.07],

che porta al culmine orchestrale, quasi fosse un’esplosione orgiastica [01.59 - 02.17].

Finito il climax, ritorna il “tema Turco” proposto dagli ottavini che giocano di rimandi con il resto dell’orchestra [03.01 - 03.54].

Per concludere il balletto Verdi ripropone il tema iniziale, sempre proposto dai flauti, che con l’orchestra porta il brano fino alla sua conclusione [03.55 - 04.21].

Il tempo scelto da von Karajan è più veloce del solito, ma nulla si perde, a livello di sfumature timbriche, grazie a quella portentosa macchina da guerra che era la Philharmonia Orchestra sotto la bacchetta del grande direttore austriaco. Si ascolti come von Karajan riesce a cesellare il ritmo incalzante tra le sezioni dei fiati con il tutti orchestrale e lo smalto luccicante degli ottoni (meravigliosi!). Grazie alla sua direzione, il balletto, sebbene frenetico, è un meccanismo perfettamente oliato, che funziona stupendamente senza che si perda nulla. Stupefacente!

Con il secondo brano, la Danza delle schiave persiane, presente nel quarto atto del “dramma nazionale in musica” Kovantscina (1872 - 1880) di Modest Musorgskij, si passa dalla frenesia al languore malinconico di una musica sulla quale le fanciulle orientali danno vita a una danza, richiesta dal protagonista assoluto dell’opera, il principe Ivan Chovanskij che, con le sue leggendarie truppe Strel’cy, volle ribellarsi allo zar Pietro il Grande. Qui, la musica (che immerge l’ascoltatore in un’atmosfera che richiama le “Mille e una notte”), imbastita delicatamente dall’oboe accompagnato dal sottofondo degli archi [00.03 - 00.41],

viene ripresa e accentuata dalla Philharmonia Orchestra, capace di trasformarla in un tema timbricamente lussureggiante, che avvolge l’ascoltatore in una stupenda dimensione che trabocca una mesta sensualità [00.42 - 02.10].

Subentra nuovamente l’oboe, ma stavolta evocando un tema più veloce, ricco di arabeschi, sul quale si appoggia ancora tutta l’orchestra, portando il tutto a uno slancio timbrico che stravolge l’iniziale tranquillità del brano [02.12 - 04.00].

Esaurita la spinta di questo segmento, l’orchestra torna ad imbastire il tema iniziale che sfocia, ancora una volta, nell’evocazione di un’atmosfera fiabesca, anche se adesso il ritmo è più conciso, quasi frenetico [04.02 - 05.46] sul quale si conclude il balletto.

 

Rimasto incompiuto per la morte del suo autore Aleksandr Borodin (1887), Il principe Igor, fu completato da Rimskij-Korsakov e Glazunov. L’opera narra la fallita campagna del principe Igor’ Svjatoslavič di Novgorod-Severskij contro gli invasori Poloviciani nel XII secolo. Per il secondo atto di questo capolavoro della musica teatrale, Borodin compose due celebri balletti, la Danza delle fanciulle Poloviciane e le Danze Poloviciane. Il primo balletto dà proprio inizio al secondo atto, quando nell’accampamento poloviciano, di sera, le fanciulle danzano e cantano per allietare i soldati prima della battaglia: una danza frenetica [00.05 - 01.03]

enunciata dal tema imbastito dal clarinetto a cui si uniscono le varie sezioni orchestrali che esaltano l’intrinseca ritmicità di questa musica, fino ad arrivare al climax di tutta l’orchestra [01.05 - 01.16].

A questo punto, il clarinetto torna ad arabescare un altro tema, che trae spunto dal primo, [01.31 - 02.22]

e che porta fino alla conclusione del balletto.

Il balletto successivo, le Danze Poloviciane, che chiude invece il secondo atto, rappresenta sicuramente uno dei brani più celebri di tutta la musica classica e viene proposto dai servi che Končak, uno dei capi Poloviciani, chiama in scena per intrattenere piacevolmente il principe Igor’. Il brano inizia con un tema dal sapore fiabesco, come se i servi danzando volessero raccontare una favola al potente principe, attraverso la sezione dei legni [00.03 - 00.43].

A questo punto, subentra l’oboe che, sull’accompagnamento pizzicato degli archi, dispiega un soavissimo tema a cui si aggiunge tutta l’orchestra [00.45 - 02.18].

Questo tema trasognato, però, lascia ben presto posto a uno più frenetico, quasi fosse un’invocazione pagana che si manifesta in una danza tribale. Ed è sempre l’oboe a enunciare per primo questo nuovo tema, cui dapprima si unisce il flauto e poi tutta la massa orchestrale [02.22 - 03.28].

Ma ecco che, finito questo secondo tema, irrompe, con un’atmosfera minacciosa data dai timpani, il terzo nel quale l’orchestra, in tutte le sue sezioni, si lancia in una sorta di apoteosi timbrica, un’esplosione sonora (che culmina nell’entrata in scena dei piatti) che raggiunge le stelle in cielo, nel tentativo di incantare e forse anche intimorire il principe Igor’ [03.30 - 05.20]

(e si presti attenzione a come von Karajan riesca a domare la ricchezza della partitura con una narrazione nella quale la drammaticità del momento viene diluita, stemperata attraverso un sapiente uso timbrico delle varie sezioni orchestrali, in modo che l’ascoltatore non si perda in un suono indistinto e sfuocato!). E dopo un brevissimo e pacato intervallo, si presenta un nuovo tema, anch’esso votato a un ritmo incalzante che sfocia ancora una volta in una manifestazione pirotecnica orchestrale [05.45 - 07.10],

che si cheta improvvisamente per lasciare posto all’irruzione del primo tema trasognato, che si manifesta dapprima con gli archi e poi con l’intera orchestra [07.11 - 08.35],

seguito dalla riproposizione del terzo tema, che conduce fino alla parossistica fine del brano [08.37 - 11.24].

 

Anche il balletto, che si trova nel corso del terzo atto de La Gioconda (1876 - 1879) di Amilcare Ponchielli, la famosissima Danza delle ore, è un’icona della musica classica e ha luogo durante un ricevimento alla Ca’ d’Oro di Venezia, città dove si svolge l’intera vicenda tragica, voluta da Alvise Badoero, capo dell’Inquisizione di Stato, per intrattenere gli ospiti. Il librettista dell’opera Arrigo Boito disse a Ponchielli che avrebbe dovuto immaginare dodici ballerine che, danzando in cerchio, rappresentassero le dodici ore (da qui il titolo della danza), e due ballerini che, ballando nel mezzo, potessero raffigurare invece le lancette. Dopo una brevissima introduzione, la danza ha inizio con le ore dell’aurora [00.28 - 01.57]

che, a sua volta, fa da ulteriore introduzione a quello dedicato alle ore del giorno, il cui passaggio, appunto dall’aurora al giorno, coincide con l’intervento in fff di tutta l’orchestra, seguito da un delicato passaggio che lascia spazio, finalmente al giungere del giorno [01.58 - 04.25].

A ciò subentra poi il breve episodio dedicato alle ore della sera [04.26 - 05.58]

che lascia spazio al lungo fraseggio dedicato alle ore della notte, passaggio che viene introdotto dal timbro scuro dei violoncelli [06.00 - 07.05]

seguito da una struggente melodia, imbastita dall’orchestra [07.06 - 07.38]

che si tramuta in una geniale dissolvenza sonora [07.40 - 08.06]

la quale introduce l’ascoltatore alla dirompente coda conclusiva, rappresentata da uno stupefacente e famosissimo can-can [08.07 - 09.54].

Qui von Karajan e la Philharmonia Orchestra dimostrano tutto il perfetto affiatamento che li contraddistinse, dosando perfettamente, per tutto l’arco del brano, i giusti aspetti “coloristici” delle ore, da quelle tenui dell’aurora a quelle più marcate del giorno, dalle sfumature dell’imbrunire fino a quelle notturne, che hanno quasi un sapore chopiniano.

Conclude il disco un’altra celebre pagina, la Musica del Monte di Venere che Wagner volle comporre sulla base dei vari Leitmotiven presenti nella sua sesta opera, il Tannhäuser, composto tra il 1842 e il 1845. In realtà non si tratta proprio di un balletto, quanto di quelle che potrebbero essere definite le “musiche di scena” di una parte dell’opera e che ne riassumono il contesto drammatico attraverso la sola elaborazione strumentale. Il brano ha inizio con un vero e proprio baccanale di satiri [00.08 - 05.02]

nel quale si trova prigioniero il trovatore Tannhäuser, reso schiavo di passione dalla dea Venere e alla quale cerca di sfuggire chiedendo di ridargli la libertà [06.10 - 07.15]

fino al suo amore puro per Elisabeth [07.28 - 12.13]

che il trovatore manifesta inconsciamente nel momento in cui pronuncia il nome di Maria, grazie al quale rompe l’incantesimo della dea e del monte. I colori che von Karajan riesce a esprimere in questa pagina hanno qualcosa di prodigioso, con i quali dipana una storia che dal timbro della lussuria si tramuta lentamente in una sfera celestiale, che prelude alla redenzione di Tannhäuser, che morirà sul feretro della sua adorata Elisabeth.

Andrea Bedetti

Letto 648 volte Ultima modifica il Sabato, 25 Luglio 2015 10:54
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