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Sabato, 25 Luglio 2015 18:34

Mendelssohn - Schumann - Quarta Sinfonia

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Philharmonia Orchestra - Otto Klemperer

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Felix Mendelssohn-Bartholdy e Robert Schumann idealmente incarnano gli opposti della musica romantica della prima metà del XIX secolo. Il primo rappresenta il volto “buono”, sereno, solare, apollineo della musica romantica tedesca; il secondo sarebbe, secondo una certa tradizione critica, l’esatto contrario: “torbido” (ne farebbe fede la progressiva follia che lo portò a morire in una casa di cura per malati mentali), inquieto, lunare e portavoce di una visione dionisiaca della musica germanica del primo Ottocento. Eppure, questa abissale diversità presente nella loro visione musicale non può essere motivata da una differente infanzia ed educazione che ricevettero. Mendelssohn, nato ad Amburgo da una ricca e agiata famiglia aristocratica di origine ebraica convertita al cristianesimo, ebbe modo di crescere e di formarsi in un ambiente raffinato, colto, aperto all’arte e alla cultura (nel 1821, appena dodicenne, fu presentato al grande Johann Wolfgang von Goethe, il quale lo prese subito a benvolere), oltre a poter affinare e approfondire i suoi vasti interessi nel corso di lunghi viaggi che effettuò tra il 1829 e il 1832 in Inghilterra, Francia, Svizzera e Italia. Schumann, dal canto suo, nato a Zwickau (nel cuore della Sassonia), ereditò dal padre, un ricco editore e libraio, l’amore per la letteratura e la critica letteraria, mentre la madre, insegnante privata di pianoforte, gli trasmise la passione per la musica. Certo, a pesare sulla fragile e sensibilissima personalità di Schumann ci furono anche due fattori determinanti: il viscerale e tormentato amore verso Clara Wieck (grandissima pianista e raffinata compositrice), figlia del suo maestro di pianoforte, che divenne sua moglie dopo una lunga ed estenuante battaglia legale con il padre di lei, e l’impossibilità di diventare un pianista di prima grandezza a causa di un folle esperimento che avrebbe dovuto permettergli di dilatare maggiormente l’articolazione delle dita e che gli procurò, invece, la perdita dell’uso dell’anulare della mano destra.

Due artisti diversissimi, ma legati da una forte e salda amicizia, condita da una reciproca ammirazione: Mendelssohn fu tra i pochissimi, all’inizio, con Berlioz e Liszt, a credere nella musica del giovane Schumann, osteggiata dai più poiché ritenuta troppo complessa e articolata; Schumann, invece, vide in Mendelssohn una voce nuova e pura nel pianismo dell’epoca e scrisse parole entusiaste per i Lieder ohne Worte dell’amico amburghese. E quando nel 1847 Mendelssohn morì prematuramente, seguendo a pochi mesi di distanza l’amata sorella Fanny, Schumann, l’anno successivo, volle dedicargli nel suo Album für die Jugend uno dei brani più belli e toccanti, “Rimembranza”. Schumann sopravvisse altri nove anni all’amico fraterno, poi lo raggiunse un pomeriggio del luglio del 1856, dopo che la sua mente si era arresa ormai da tempo alle tenebre della follia.

La quarta sinfonia in la maggiore Op. 90, detta “Italiana”, rappresenta emblematicamente quello che è stato definito il “romanticismo felice” di Felix Mendelssohn-Bartholdy. Il suo appellativo deriva appunto dal fatto che fu abbozzata dal compositore tedesco durante il suo soggiorno nel nostro Paese, soprattutto nel periodo trascorso a Roma, città che suscitò in lui, soprattutto con scorci quali Piazza di Spagna (dove Mendelssohn abitò), Trinità dei Monti, il Pincio, il Ponte Nomentano - che all’epoca era ancora immerso nel verde e nel silenzio della campagna romana – il desiderio di descrivere nelle sue lettere indirizzate ai familiari e agli amici i più accesi entusiasmi. Un’opera che però il suo autore non si decise mai a pubblicare, nonostante le innumerevoli revisioni cui la sottopose in seguito, e che pertanto fu data alle stampe dopo la sua morte come quarta, mentre si trattava in realtà della sua terza sinfonia, ultimata nel 1833 e la cui prima esecuzione avvenne alla Società Filarmonica di Londra il 13 maggio di quell’anno sotto la direzione dello stesso Mendelssohn. Fin dal primo ascolto, ci si rende conto come questo capolavoro sinfonico, e ciò vale soprattutto per i due tempi estremi, irradi, oltre a un’esuberante gioia di vivere, quel calore e quella luce che appartengono solo alle terre e al clima mediterranei (non c’è da stupirsi se lo stesso compositore in una sua missiva scrisse che rappresentava «la musica più gaia che io abbia composto»).

Da qui è facile intuire come, per essere esaltata appieno, questa sinfonia abbia bisogno di una lettura trascinante, solare, gioiosa, ottimistica, tutte prerogative, però, che non appartenevano di certo a un direttore rigoroso, severo, scontroso, burbero, pessimista qual è stato il grande Otto Klemperer. Eppure, questo eccelso interprete tedesco, costretto a dirigere seduto fin dalla fine degli anni Trenta a causa di una paralisi derivata da un delicato intervento chirurgico al cervello per rimuovere una massa tumorale, nel febbraio del 1960, con gli elementi della Philharmonia Orchestra, riuscì a tirare fuori dal cilindro una delle esecuzioni più radiose e più esaltanti di tutta la discografia legata a questa pagina sinfonica.

Di fronte alla luce accecante della quarta sinfonia mendelssohniana, la quarta sinfonia in re minore Op. 120 di Schumann appare più tormentata, infarcita di ombre e inquietudini, incarnazione ideale di ciò che il compositore sassone sentiva dentro di sé (e anche qui Klemperer è semplicemente esemplare nella sua lettura, diafana e corrusca). Composta tra il maggio e il settembre del 1841, subito dopo aver ultimato la prima, ebbe la prima esecuzione il 6 dicembre di quello stesso anno, ottenendo uno scarso successo. Conscio di doverla ritoccare, Schumann la mise da parte, per riprenderla soltanto dieci anni più tardi, mettendo mano soprattutto all’orchestrazione. Per questo motivo, pur essendo cronologicamente la seconda, questa sinfonia risulta essere la quarta nel catalogo dell’autore.

Immaginate di aprire la finestra di una stanza e di vederla in un attimo inondata dalla luce del sole, mentre al di là della finestra si svela un meraviglioso paesaggio agreste, incastonato da un cielo limpido e azzurro. Ecco, si prova proprio ciò alle primissime battute dell’Allegro vivace della quarta sinfonia di Mendelssohn, uno degli incipit più famosi di tutta la storia della musica classica, un meraviglioso concentrato di slancio e di spontaneità che si apre con un attacco risoluto, enunciato dagli archi e dai legni [00.03 - 00.23],

al quale subentra immediatamente un secondo tema più disteso e delicato del precedente, che viene esposto dai clarinetti e dai fagotti e, in seconda battuta, dai flauti e dagli oboi con un arguto sostegno da parte degli archi [00.24 - 00.46].

Una volta delineati i due temi conduttori, tutto il movimento li vede incrociarsi stupendamente, con un sapiente mutamento della riproposizione orchestrale, visto che la seconda idea viene delineata dalle viole e dai violoncelli, mentre l’accompagnamento passa ai flauti e ai clarinetti [05.40 - 05.59].

Anche qui, ovviamente, non viene a mancare la lezione bachiana, alla quale Mendelssohn era devotissimo, con la presenza di un raffinatissimo fugato che viene momentaneamente a modificare i due temi portanti [02.48 - 03.53].

Ascoltate, proprio in questo passaggio, la straordinaria capacità di Klemperer di far galleggiare nell’aria i violini e le viole della Philharmonia Orchestra, come se gli accordi fossero fatti di nuvole vaporose… meraviglioso! Nella coda del movimento irrompono gli strumenti a fiato in un atteggiamento di fanfara [07.04 - 07.14],

che lasciano lo spazio finale agli archi che concludono entusiasticamente l’Allegro vivace.

Segue l’Andante con moto, una sorta di canzone intrisa di nostalgica malinconia, quasi che Mendelssohn fosse stato colto da un’improvvisa ondata di tristezza, al ricordo della sua patria lontana e di coloro che aveva lasciato. Il tema dominante viene esposto dalle viole all’unisono con gli oboi e i fagotti [00.11 - 03.29]

e si alterna con un secondo breve tema, più dolce e sereno, enunciato dai clarinetti [03.30 - 04.14],

per concludere in modo trasfigurato, quasi sognante. E qui Klemperer, sentendo aria di casa, dirige veramente in punta di bacchetta, miscelando alla perfezione la nostalgia con il ricordo e sembra quasi di vedere Mendelssohn, affacciato alla finestra che dà su Piazza di Spagna, al pensiero della sua fredda e nebbiosa Germania.

La serenità ritorna nell’esteso terzo tempo, Con modo moderato, che immerge l’ascoltatore in un paesaggio illuminato da un caldo sole, rinfrescato da tiepidi aliti di vento. Un’immagine resa con vividezza fin dal tema introduttivo, esposto in modo arioso dalla sezione degli archi [00.01 - 00.53].

Ma è indubbio che l’elemento più interessante viene fornito dall’originale motivo del Trio, nel quale irrompono i corni e i fagotti, sostenuti da un sottile arabesco dei violini e dei flauti, che fa venire in mente una scena di caccia in quella campagna romana tra Grottaferrata e Frascati che seppe incantare Goethe da lui descritta nel diario Viaggio in Italia [02.20 - 03.51].

 

L’ultimo tempo, il Salterello. Presto, altra icona della musica classica più conosciuta, mostra una frenetica danza popolare, ballata da quei popolani che Mendelssohn amava ammirare nei quartieri più poveri di Roma, che proprio grazie al Saltarello sfogavano la loro esuberanza e la loro passionalità, mettendo in mostra la propria prestanza fisica. E anche Klemperer (incredibilmente!) si scatena, trascinando la Philharmonia Orchestra in una vorticosa danza orchestrale, dominata dal tema principale (quasi ossessivo), enunciato all’inizio dai flauti [00.07 - 00.22],

che coinvolge subito dopo l’intera orchestra in una sorta di rito orgiastico. L’unico momento di apparente calma (ma è solo il fuoco che cova sotto la cenere) è dato da un sottile tema dato dagli archi sotto il pulsare sommesso dapprima della tromba e poi dei legni [01.13 - 01.44]

che preannuncia però una nuova esplosione che conduce l’ascoltatore fino al termine del movimento.

Nella quarta sinfonia di Schumann dimentichiamo la luce accecante del sole italiano e abituiamoci alla fredda e impalpabile penombra teutonica, avvertibile fin dall’introduzione del primo movimento, Ziemlich langsam. Lebhaft (Adagio assai. Allegro), che presenta un lento profilo melodico che si dipana sopra un implacabile e cupo pedale da parte dell’orchestra, evocando un senso di palpitante attesa [00.06 - 01.42].

A questo punto, il tempo accelera e si giunge all’inizio dell’Allegro, il cui tema introduttivo fa da traino a tutto il movimento [01.56 - 02.17]

che conduce alla formazione del secondo tema [02.18 - 03.22].

Segue lo sviluppo del primo tema, anche se Schumann arricchisce l’iniziale materiale tematico con l’immissione di due nuovi elementi: il primo maggiormente ritmico [05.58 - 06.43],

il secondo più melodico [06.44 - 07.48].

Ne segue una ricapitolazione del materiale tematico che conduce direttamente alla conclusione del movimento. Notate come Klemperer, con una lettura asciutta, “secca”, riesca a rendere così bene la dimensione “nevrotica” della musica, tutta la sua manifesta inquietudine, con un ritmo ansioso, a tratti frenetico.

Il secondo tempo, Romance - Ziemlich langsam (Romanza - Adagio assai) prende avvio con un melanconico tema esposto dall’oboe e dai violoncelli [00.07 - 00.41],

sul quale si innesta, a sorpresa, il tema introduttivo del primo movimento, riproposto stavolta con una diversa tonalità [00.42 - 01.38].

Improvvisamente, però, questa cupa atmosfera musicale lascia spazio a un ampio e disteso episodio imbastito dal violino solista con un terso accompagnamento orchestrale [01.39 - 03.11].

Ma, ancora una volta, si ripresenta il mesto tema iniziale che conduce alla fine della Romanza [03.12 - 03.53].

Il tema introduttivo del terzo tempo, Scherzo. Lebhaft. Trio. Etwas zuruckhaltend (Scherzo. Allegro. Trio. Alquanto trattenuto), al contrario, è vigoroso, passionale, anche se poi si placa gradualmente prima di riprendere vigore [00.01 - 01.43].

Gli subentra, del tutto diverso, l’episodio centrale (il Trio), una delicata trama enunciata dagli archi che si amplia con l’apporto dei legni [01.44 - 03.20].

 

Il finale, Langsam. Lebhaft. Schneller. Presto (Adagio. Allegro. Vivace. Presto) inizia con una vibrante introduzione sulla quale si aggancia il primo tema, enunciato dall’intera orchestra con stacchi ritmati [01.13 - 01.33],

al quale si contrappone la suadente melodia del secondo tema [01.34 - 02.39].

Segue uno sviluppo che culmina in un perentorio intervento dei corni [04.07 - 04.21],

mentre la ripresa propone nuovamente il secondo tema che porta alla coda [06.10 – 07.38].

Andrea Bedetti

Letto 643 volte Ultima modifica il Sabato, 25 Luglio 2015 19:04
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