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Domenica, 26 Luglio 2015 14:17

AA.VV. Karajan in Paris

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Berliner Philharmoniker - Herbert von Karajan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parigi, la Ville Lumière! La capitale incontrastata non solo della gaiezza, della spensieratezza, con le sue luci e il suo champagne, ma anche della musica europea del secondo Ottocento, insieme con Vienna. Parigi era la meta obbligatoria, indispensabile, ineludibile per tutti quei musicisti francesi e stranieri che volevano cercare la via della gloria e della fama. A Parigi si creavano e si distruggevano miti artistici e le polemiche musicali e culturali erano all’ordine del giorno.

A Parigi nacque e operò, tra gli altri, anche Georges Bizet che, oltre a essere conosciuto per il capolavoro operistico Carmen, che giunse a entusiasmare e ad affascinare Nietzsche, ebbe modo di comporre, prima di una morte prematura, avvenuta a soli trentasette anni a causa di un infarto o forse per mano dello stesso compositore, che avrebbe deciso di porre fine ai suoi giorni devastato da una profonda depressione, anche le celeberrime musiche di scena del dramma L’Arlésienne di Alphonse Daudet.

Orgogliosamente autodidatta, critico del conformismo e dell’accademismo artistico e fiero difensore dei suoi amici impressionisti Renoir, Monet e Manet, dei quali condivideva pienamente la loro filosofia pittorica innovativa, Emmanuel Chabrier, anch’egli morto giovane, a soli cinquantatré anni a causa di una progressiva paralisi, fu un raffinatissimo orchestratore (influenzato in parte dalle partiture wagneriane) e dotato di una tavolozza timbrica ricchissima, come ne fa fede il suo brano sinfonico più famoso, la rapsodia España.

Molto più longevo fu invece Charles Gounod, la cui vita attraversò quasi tutto il XIX secolo e che fu tentato di prendere gli ordini sacerdotali (giunse al punto di indossare abiti, confezionati appositamente, che assomigliavano moltissimo a quelli talari), anche se poi rimase laico. Il suo capolavoro più famoso resta l’opera lirica Faust, nella quale successivamente il compositore inserì anche un balletto, che viene spesso eseguito come brano orchestrale a sé stante.

Da ultimo, il più grande di tutti, Hector Berlioz, dalla vita romanzesca che trasformò in un’opera d’arte per l’intensità e la passionalità che la contraddistinse. Sebbene artefice e paladino della musica strumentale (una visione che lo accomunava ai teorici romantici tedeschi che la esaltavano rispetto a quella cantata), Berlioz ha scritto anche notevolissime partiture operistiche, a cominciare da Les Troyens e Benvenuto Cellini, fino a La Damnation de Faust, della quale il brano orchestrale della Marche Hongroise rappresenta un cammeo presentato spesso in concerto.

Alphonse Daudet, letterato di fama, scrisse nel 1869 per il Théàtre de Vaudeville un dramma passionale tratto da uno dei suoi racconti inclusi nelle “Lettres de mon moulin”, intitolato L’Arlésienne, la cui azione si svolge nella regione della Camargue. Bizet fu incaricato dal direttore del Théàtre de Vaudeville, Carvalho, di scrivere le musiche di scena e il compositore mise in campo tutta la sua capacità di raffinato melodista, dando vita a una partitura ricca di temi piacevoli, dal ritmo brillante e da un tono che evocava il tema popolaresco del dramma. Ma il 1° ottobre 1872, alla prima rappresentazione parigina, l’opera fu accolta con freddezza e riserva. Deluso ma non demoralizzato dal parziale insuccesso, Bizet ricavò una suite orchestrale dalle musiche di scena, comprendente il Prelude, il Minuetto, l’Adagietto e il Carillon, che mandarono in visibilio il pubblico nel concerto inaugurale del 10 novembre dello stesso anno a Parigi. Sfruttando il successo ottenuto, alla prima suite se ne aggiunse una seconda, rielaborata dopo la morte del compositore dal fraterno amico, il musicista Ernest Guiraud, il quale aggiunse un minuetto tratto dall’opera lirica Jolie Fille de Perth dello stesso Bizet.

Emmanuel Chabrier compose la rapsodia España nel 1883, sulla scorta delle impressioni ricavate da un viaggio compiuto l’anno precedente con la moglie in Spagna. Tornato in Francia entusiasta di quell’esperienza, il compositore, ripensando soprattutto alle emozioni ricevute visitando l’Andalusia, decise di stendere degli appunti musicali destinati per un brano per due pianoforti, raccolti sotto il nome di Jota (dall’appellativo dato a una danza iberica). Da queste annotazioni, anche grazie ai consigli e all’interessamento di Charles Lamoureux, direttore della Société des Nouveaux Concerts, Chabrier elaborò la sua celeberrima rapsodia, la quale, alla prima rappresentazione parigina del 1883 riscosse un clamoroso successo contribuendo, con la Carmen di Bizet, a far scoppiare in Francia una vera e propria “ispanomania”.

Simbolo per eccellenza dell’opera francese, il Faust di Charles Gounod rappresenta anche uno dei più grandi successi nella storia del teatro lirico. Ma al suo debutto, al Théâtre Lyrique di Parigi, nel marzo del 1859, ricevette solo una tiepida accoglienza, dovuta al fatto che il futuro capolavoro aveva ancora la forma dell’opéra-comique, con i dialoghi parlati. Ci pensarono i successi ottenuti in altre città, dapprima a Strasburgo nel 1860, con l’inserimento dei recitativi cantati, poi alla Scala nel 1862, con la traduzione italiana di De Lauzières (una versione che dominò le scene del mondo intero per decenni) e il debutto londinese del 1863, a modificare il parere del pubblico parigino, tanto è vero che tornato nella capitale, il 3 marzo 1869 all’Opéra, il Faust fu accolto trionfalmente, anche perché Gounod, sagacemente, decise di aggiungere un balletto, formato da sette episodi inseriti a continuazione del quadro della notte di Valpurga, nel quinto e ultimo atto.

La marche hongroise di Berlioz è tratta dal primo atto dell’opera lirica La damnation de Faust, anch’esso ispirato al capolavoro di Johann Wolfgang von Goethe e che il compositore francese, così come il collega Gounod, aveva avuto modo di leggere nella meravigliosa traduzione di Gérard de Nerval. Questo brano rappresenta una semplice, ma brillante, variazione su un tipico tema ungherese, com’era di moda in epoca romantica. Ma quando Berlioz lo ascoltò per la prima volta a Budapest nel 1846, ne fu talmente affascinato che volle inserirlo nella sua opera per completarne il primo atto.

La Suite n. 2 dell’Arlésienne si apre con La Pastorale, contraddistinta da un ampio e solenne tema enunciato dai fiati [00.03 - 00.33],

al centro del quale si sviluppa un delicatissimo Andantino, basato su uno di quei motivi suadenti tipici del migliore Bizet [02.22 - 04.41],

con i legni dei Berliner che si lasciano andare a un gioco timbrico a dir poco irresistibile! Alla Pastorale segue l’Intermezzo, contrassegnato da un tono operistico, con un perentorio incipit dato dagli ottoni [00.01 - 00.16]

che spazia con slancio vigoroso in un continuo crescendo, sino a dissolversi in delicate armonie (qui Karajan è capace di rendere al meglio la drammaticità melanconica di questa pagina senza cadere in una facile retorica timbrica: si ascolti l’intensità che il direttore austriaco riesce a raggiungere da 01.12 - 03.09).

Con il Menuet è come se l’ascoltatore si trovasse in una calda serata estiva, nella quale si ascolta un canto lontano, espresso dalla purissima tessitura del flauto solista accompagnato dall’arpa [00.01 - 01.17]

ai quali poi si unisce, più festosamente, tutta l’orchestra [01.50 - 02.51],

prima che il flauto e l’arpa tornino a colloquiare soavemente. Colorita e coinvolgente nel ritmo martellante del tamburo è la Farandole, come viene chiamata una caratteristica danza provenzale, in cui riaffiora fin da subito il celeberrimo tema popolare del Preludio della Suite n. 1 [00.01 - 00.35]

(qui gli ottoni dei Berliner risplendono di una luce bronzea che è ben difficile ascoltare in altre registrazioni, straordinari!). Segue un tema incalzante in crescendo dato dai legni, con l’accompagnamento frenetico del tamburello, al quale risponde il tema iniziale, alternandosi al secondo tema, che conducono al finale pirotecnico [02.26 - 03.18].

 

España è un affresco pieno di innumerevoli idee musicali, assai concise, le quali si rincorrono come in una festosa parata, senza addentrarsi in particolari elaborazioni o sviluppi. Dopo una breve introduzione che richiama il suono della chitarra [00.03 - 00.14],

appare il primo tema affidato alle trombe con sordina [00.24 - 00.33],

che tornerà più volte nel corso del brano. Segue un secondo tema, più scorrevole, imbastito dai fagotti, dai corni e dai violoncelli [01.00 - 01.19],

al quale succedono i fagotti impegnati nell’elaborare un’altra idea, contrassegnata sulla partitura ben giocoso, sempre con impeto [01.21 - 01.41].

Nella sezione successiva il ritmo diventa ancor più incalzante; dopo una riproposta del primo tema, si leva dagli archi una melodia marcata dolce espressivo [01.55 - 02.18].

Una coda ricca di colore chiude il brano gioiosamente [04.57 - 06.02].

 

All’inizio del quinto atto del Faust, Mefistofele conduce Faust nel suo regno, ossia sulle montagne dello Harz. È la notte di Valpurga. A un cenno di Mefistofele il paesaggio si muta in un palazzo meraviglioso: le regine e le celebri cortigiane dell’antichità si offrono a Faust per ottenebrare il suo ricordo del passato. Da qui prendono spunto i sette episodi del balletto: si inizia con Les Nubiennes, valse (Allegretto), un accordo cupo dato dagli ottoni [00.03 - 00.11]

introduce a questo primo episodio, contrassegnato da un soave passaggio degli archi [00.24 - 00.57]

(avete mai passeggiato tra le nuvole? Ebbene, ascoltate questo passaggio nel quale i violini dei Berliner vi porteranno in cielo e vi faranno provare questa straordinaria emozione!); segue un Adagio nel quale, dopo una brevissima introduzione, gli archi imbastiscono un seducente tema [00.27 - 01.16]

(qui Karajan riesce ad ottenere dagli archi della sua orchestra un filamento di seta che avvolge l’ascoltatore… ), con i violoncelli e i contrabbassi che irrompono per rimarcare ulteriormente il fascino di questo motivo [02.10 - 02.57].

Il terzo episodio, Danse antique (Allegretto), proietta l’ascoltatore in un’ambientazione esotica, con un tema ritmato imbastito dai legni [00.21 - 01.46]

che conduce fino al vorticoso finale del brano; seguono Les variations de Cléopatre (Moderato maestoso), nel quale l’intera orchestra, con un tema regale, omaggia l’entrata in scena dell’imperatrice egiziana [00.04 - 00.36]

che porta a un secondo tema, espresso dagli archi, quasi giocoso [00.37 - 01.05]

prima della riproposizione dei due temi che concludono l’episodio. È poi la volta de Les Troyennes (Moderato con moto), con l’irruzione di un soave tema dato dagli archi [00.28 - 02.20]

che richiama atmosfere spensierate e leggiadre. Il sesto episodio, Variations du miroir (Allegretto), propone un tema scherzoso, birichino, perfino un po’ irriverente enunciato dagli archi [00.07 - 00.49],

sul quale si innesta il secondo tema, scandito dai fiati [01.03 - 01.27],

per poi lasciare spazio ancora al prima tema degli archi. Conclude l’Allegro vivo de La danse du Phryné, un brano che ha l’argento vivo addosso, orgiastico, degno di una notte di Valpurga, con l’intera orchestra che si lascia andare a un tema frenetico [00.10 - 00.27]

che lascia poi spazio a un brevissimo motivo più passionale dato dagli archi [00.28 - 00.41]

per poi vedere il ritorno del primo tema tellurico. A questo punto subentra un motivo più dolce e sfumato dato dagli archi [01.10 - 01.49],

con la coda formata ancora dal primo tema che conduce fino al parossistico finale.

Conclude il programma la celebre Marche Hongroise. Questa marcia, la quale risulta meno pomposa rispetto all’altrettanta famosa Radetzky-Marsch di Johann Strauss padre e perfino contrassegnata da un tocco di ironia [00.14 - 00.56],

fa subito venire in mente all’ascoltatore il passo di marcia di truppe ungheresi nella quale non manca un indubbio influsso che rimanda alla cultura ottomana (e gli echi della Marcia alla turca di mozartiana memoria non mancano di certo!).

Andrea Bedetti

Letto 630 volte Ultima modifica il Domenica, 26 Luglio 2015 14:47
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