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Sabato, 13 Febbraio 2016 17:45

Dvořák - Ottava Sinfonia - Danza n. 3 op. 46 & Danza n. 2 op. 72

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The Cleveland Orchestra - George Szell

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il destino è veramente strano, se si pensa che se non ci fosse stata di mezzo la passione per il violino, Antonín Dvořák avrebbe seguito le orme paterne e invece di diventare quel grande musicista che conosciamo, avrebbe gestito la macelleria e la locanda di famiglia nel piccolo paese di Nelahozeves, nei pressi di Praga. Ma è anche vero che questo amore per lo strumento a corde evidentemente non sarebbe bastato a strapparlo dall’anonimato musicale al quale si sarebbe consacrato come semplice insegnante e didatta, oltre a suonare la viola in un’orchestra boema, se non ci fossero stati Johannes Brahms e il temuto critico Eduard Hanslick, i quali restarono affascinati dalla partitura della sua Terza sinfonia, composta nel 1873, grazie alla quale Dvořák due anni dopo ottenne una borsa di studio annua con la quale poté lasciare il suo posto orchestrale e dedicarsi esclusivamente alla composizione, all’età di trentaquattro anni.

E se all’inizio della sua carriera di musicista il giovane compositore boemo prese a modello il “rivoluzionario” Wagner, con il passare del tempo e dopo averlo conosciuto di persona a Vienna, oltre a diventare amico fraterno di Brahms, divenne un convinto “classicista” sulle orme del sommo artista amburghese, senza però dimenticare le melodie, i ritmi, la malinconica dolcezza della sua terra, che immise in tanti suoi capolavori. Perché è indubbio che, con il collega ceco Bedřich Smetana, Dvořák abbia rappresentato il più famoso e importante fautore della cosiddetta “scuola nazionale slava” tesa a rivalutare, in chiave colta, l’immenso patrimonio della musica popolare dell’Est europeo. Proprio questo amore nei confronti delle sue radici culturali e musicali spinse il compositore boemo ad accettare inviti per conoscere Paesi d’oltremare, dapprima l’Inghilterra, dove si recò una prima volta nel 1884, riscuotendo un clamoroso successo dirigendo proprie composizioni a Londra, Birmingham e Leeds, per poi fare il grande passo, otto anni dopo, trasferendosi a New York, simbolo di quel “Nuovo Mondo” che sarebbe diventato il titolo della sua ultima sinfonia, dove rimase fino al 1895 direttore del locale conservatorio, gettando le basi di quella che sarebbe diventata, nel giro di pochissimi anni, la “scuola nazionale americana”. Ma Dvořák, sebbene affascinato da quegli spazi infiniti e dalla vitalità degli americani, non riuscì a resistere alla lontananza delle sue radici che rinsaldò una volta tornato in patria, dove, come direttore del conservatorio di Praga, concluse i propri giorni.

Fra le opere di Dvořák che riscossero un enorme successo presso il pubblico londinese, sicuramente vi è l’Ottava sinfonia in sol maggiore composta tra l’agosto e il novembre del 1889 e diretta in prima assoluta l’anno successivo a Praga sotto la direzione dello stesso autore. Una sinfonia che anche se non è innovativa come la precedente, rappresenta indubbiamente un ulteriore miglioramento nella padronanza formale e negli equilibri timbrici da parte del compositore boemo, che ebbe modo di lavorarci immerso nell’atmosfera serena e idilliaca del villaggio di Vysoká u Přibrami, dove trascorreva abitualmente il periodo estivo per dedicarsi alla sua grande passione, l’allevamento e addestramento dei piccioni. Com’era già avvenuto per la Quinta sinfonia, anche l’Ottava continua a esaltare il filone “pastorale”, visto che simboleggia il canto stupefatto e commosso dell’uomo davanti al meraviglioso spettacolo della natura, un canto che si rifà ancora alla tradizione della musica popolare della quale Dvořák era un appassionato cultore e sostenitore.

Di certo, rispetto alla “titanica” Settima, questa sinfonia manifesta un’impronta di serenità e di levità che in qualche modo ci fa capire come il compositore boemo, attraverso questo canto dedicato alla natura, avesse ormai raggiunto una grande calma interiore, procurata in parte dalla consapevolezza di aver conquistato un posto nel solco della grande tradizione sinfonica tedesca dell’età romantica. Una tradizione rappresentata soprattutto da Brahms, suo amico e protettore, anche se poi l’Ottava più che rifarsi all’architettura e alle strutture brahmsiane, risente soprattutto di quelle limpidezza e purezza che rimandano spontaneamente a Schubert, sia per le tante melodie enunciate, sia per quelle sospensioni evocative che attraversano il suono orchestrale, simboleggianti lo stupore e l’incanto che la natura sa comunicare al cuore degli uomini.

L’influsso che la musica brahmsiana ebbe su Dvořák si rivela anche nelle due raccolte delle Danze slave (opp. 46 & 72) la prima delle quali diede un’improvvisa notorietà a livello internazionale al loro autore. Composte originariamente per pianoforte a quattro mani (proprio come le Danze ungheresi di Brahms) furono poi orchestrate nel 1878, con un successo tale che il celebre editore Simrock, otto anni più tardi, chiese al compositore boemo, alquanto riluttante a dire il vero, di scriverne altre otto che confluirono appunto nella seconda raccolta. Se i primi otto brani dell’op. 46 esplorano il tipico folklore ceco, presentando danze popolari come il Furiant, la Dumka, la Polka, il Tetka, quelli della seconda raccolta allargano lo sguardo al repertorio popolare di altri Paesi slavi come la Slovacchia, la Polonia e la Serbia, con danze come l’Odzemek, la Starodávny, la Skočná, la Špacírka e altre. In questa registrazione, George Szell scelse dall’op. 46 la numero 3, una polka in la bemolle maggiore, mentre dall’op. 72 la numero 2, una dumka in mi minore.

Da buon direttore ungherese qual era, George Szell ebbe sempre una predilezione per le grandi compagini orchestrali, le cui masse timbriche gli permettevano di ottenere un’infinita tavolozza di colori e di sfumature, e da buon slavo amò tantissimo la musica di Dvořák (soprattutto le ultime tre sinfonie), che fece conoscere e apprezzare al pubblico americano all’indomani del secondo conflitto mondiale, quando assunse la direzione della “sua” Cleveland Orchestra, trasformandola in poco tempo in una meravigliosa macchina da guerra musicale, capace di rivaleggiare con le migliori orchestre europee.

Il primo tempo, Allegro con brio, prende avvio con un’elegante melodia esposta dagli archi gravi, dai clarinetti e dai fagotti [00.02 - 00.45],

che porta all’assolo luminoso e leggero del flauto [00.46 - 01.08],

che ci fa immaginare all’alba lo stesso Dvořák aprire la finestra della camera da letto nella sua casetta di Vysoká u Přibrami, assaporando i profumi della terra e delle foreste che circondavano il paesino boemo. Questi due temi si alternano nel corso di tutto il movimento con un mutare di sfumature e con una grande ricchezza timbrica nell’orchestrazione, che illustra, di volta in volta, momenti epici [01.35 - 02.15]

(si ascolti come Szell riesca a scansionare ritmicamente questo passaggio senza svilirne il fraseggio, sorretto dal nitore e dalla lucentezza dei violini!) [06.35 - 08.05],

oasi liriche [02.24 - 02.47]

(con il flauto che si trasforma nel cinguettio felice degli uccelli), gioia campestre [03.25 - 03.58],

che portano alla conclusione del movimento.

Segue un elaborato Adagio, una pagina magicamente intima e solenne che assume quasi l’aspetto di un corale, che viene aperto dagli archi in maniera sommessa, quasi sussurrando [00.01 - 00.40]

(come se dopo aver esultato alla magica bellezza della natura circostante, Dvořák si fosse rinchiuso nei suoi ricordi, alcuni tristi, altri lontani), per lasciare poi posto a un delicato dialogo fra i flauti, gli archi e gli altri legni [00.41 - 01.10],

un dialogo che in breve si trasforma in un grazioso ritmo di danza, elaborato ancora dal flauto accompagnato dagli archi [03.00 - 03.34].

A quel punto, è il violino solo che riprende il tema [03.35 - 04.03]

(è il cuore traboccante di estasi del compositore!), che viene a sua volta sostituito da una lenta marcia esposta dagli ottoni [04.36 - 05.04]

(un passaggio che manifesta tutto l’orgoglio di un artista nei confronti della propria patria: ascoltate la brillantezza brunita degli ottoni della Cleveland!) che al suo culmine lascia poi spazio nuovamente al dialogo tra flauti, legni e archi [05.31 - 06.25],

che fa da introduzione al tema iniziale del corale, contraddistinto da uno slancio di accalorato patetismo [06.31 - 07.40].

L’Adagio, a questo punto, si conclude con il precedente tema di danza che sfuma delicatamente punteggiato da squilli di tromba in pianissimo [07.53 - 08.55]

(dove tutto si rasserena, dopo un ultimo sussulto orchestrale, come un prato fiorito in una splendida mattinata estiva).

Il terzo tempo, lo Scherzo, è un vero e proprio inno, una pagina dedicata alla tanto amata Boemia, che viene simboleggiata da uno struggente valzer [00.01 - 00.52]

che richiama alla mente le Danze ungheresi di Brahms, il quale espone una melodia sottilmente luminosa, solo parzialmente ombreggiata da fuggevoli nuvole scure (ben pochi direttori, come Szell, sono stati capaci di rendere in un modo così meraviglioso la tenera nostalgia e il pacato rimpianto così tipici dello spirito slavo). Il Trio centrale, invece, ricorda molto il tipico Ländler schubertiano: la melodia, esposta dall’oboe e dal flauto, viene poi ripresa dai violini [01.56 - 04.04],

simboleggia la semplice e schietta operosità del popolo boemo. Il movimento si conclude con la ripresa della prima parte, che nella coda presenta un ritmo più accentuato e frenetico [06.04 - 06.38].

 

Un’imperiosa fanfara delle due trombe dà inizio al Finale, l’Allegro ma non troppo, dal sapore decisamente patriottico, contraddistinto da una melodia calda e intensa dei violoncelli, leggermente malinconica [00.31 - 01.13],

che viene poi soggetta a variazioni, le quali nella prima parte sono brillanti e virtuosistiche [01.15 - 01.50],

fino a tramutarsi in un vorticoso episodio che sviluppa la fanfara iniziale [01.52 - 02.06].

Segue poi un altro episodio in cui il flauto espone la seconda idea del tema, una marcia dominata dai fiati [03.06 - 05.05]

(un passaggio che dimostra perfettamente la maestria di Szell di saper dominare e plasmare i pesi e i contrappesi delle varie sezioni della Cleveland, con gli archi che riescono a contrastare timbricamente l’energia degli ottoni!). Il secondo gruppo di variazioni, al contrario, è più riflessivo, quieto, quasi elegiaco [05.12 - 08.18]

dominato principalmente dagli archi. Ma la brillantezza del primo tema torna a farsi largo [08.44 - 09.28],

chiudendo la sinfonia tra squilli di ottoni e volate frenetiche degli archi.

La Danza n. 3 è un klatovàk, un ballo caratteristico di Střítež, una località morava, simile alla polka, la vivace danza originaria della Boemia che nell’Ottocento conquistò le sale da ballo europee e americane. Sono gli oboi ad aprire il brano con una melodia pacata [00.01 - 00.52],

 

che lascia però ben presto il posto a un motivo più sfrenato, tipico della polka [00.53 - 01.11].

Dopo il ritorno del tema principale e un sommesso dialogo tra gli archi e i fiati, le trombe presentano un motivo derivato da quello iniziale [01.38 - 02.07].

Ricompare poi anche il motivo della polka, brillantemente variato [02.50 - 03.05],

risolto soltanto dal ritorno del tema principale [03.30 - 04.20]

cui segue ancora la polka conclusiva.

La Danza n. 2, un tempo una delle melodie più eseguite nei café-concert, è una Dumka, parola che sta a significare pensiero o riflessione, un canto popolare ucraino intriso di lirismo elegiaco con il suo ritmo malinconicamente struggente [00.01 - 01.08],

di chiara ascendenza slava, che si dipana per tutta la durata del brano, tranne un intermezzo centrale più lieto e leggero [02.15 - 04.11].

 

Andrea Bedetti

Letto 430 volte Ultima modifica il Lunedì, 15 Febbraio 2016 18:36
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