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Domenica, 13 Marzo 2016 22:28

Paganini - Concerto per violino e orchestra n. 1 / Sarasate - Carmen Fantasy

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Itzhak Perlman  - Lawrence Foster - Royal Philharmonic Orchestra 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se Niccolò Paganini (1782 - 1840) è stato con Franz Liszt colui che ha permesso, nella prima metà dell’Ottocento, all’interprete musicale di assurgere al ruolo di vero e proprio divo da ammirare e adorare da parte del pubblico (anticipando quella che poi sarebbe stata la figura della “rock star”), si può ben dire che il violinista e compositore spagnolo Pablo de Sarasate (1844 - 1908) ha poi rappresentato un’ulteriore rafforzamento di tale immagine, di un virtuoso idolatrato dalle masse, abbacinate dalla sua straordinaria capacità di esprimere un violinismo assoluto, perfetto, attraverso il quale sfidare e vincere ogni arditezza tecnica. La musica come competizione, sfida per dimostrare di essere in grado di padroneggiare qualsiasi partitura, anche la più ostica, in nome di un virtuosismo con il quale affascinare e magnetizzare un pubblico che, nella seconda metà del XIX secolo, diventava sempre più esigente di fronte a quanto gli veniva musicalmente offerto.

Paganini, a detta dei contemporanei che rimasero impressionati dal suo virtuosismo, aveva fatto un patto con il diavolo pur di avere la possibilità di fare con il suo strumento (il leggendario Guarnieri del Gesù, detto il “Cannone” per via del fenomenale e potente suono che riesce a esprimere) ciò che voleva; in realtà le sue fenomenali doti esecutive derivarono anche in parte da una particolare patologia della quale soffriva alle mani, ossia la cosiddetta “sindrome marfanoide”, che provocò l’aracnodattilia (come vengono definite le dita estremamente lunghe e mobili), la quale gli permise di arrivare a livelli insuperati di esecuzione tecnica. Da parte sua, invece, Pablo de Sarasate non fu “aiutato” da nessuna malformazione fisiologica, ma fu capace di manifestare un’impressionante facilità esecutiva che gli permise di affrontare qualsiasi partitura senza mai dare l’impressione di subirla, ma di dominarla dalla prima all’ultima nota. Anche per questo motivo, il violinista spagnolo decise di scrivere per sé musica da violino, a cominciare dalla Fantasia su Carmen dall’opera omonima di Bizet. Così come Paganini, non soddisfatto dalle composizioni di altri, decise di dare vita ai suoi sei concerti per violino, oltre a quell’autentica parete di sesto grado rappresentata dai Capricci per violino solo.

La figura di Paganini, anche attraverso l’iconografia ottocentesca, ci è stata tramandata come la tipica incarnazione più inquietante del Romanticismo musicale: spaventosamente magro, dall’aspetto perennemente febbricitante, accompagnato dalla nomea di “diabolico”, seduttore incallito e implacabile, oltre a essere capace di incredibili slanci di generosità alternati a momenti in cui si rendeva protagonista di un’incredibile avarizia (oltre ad essere stato uno dei primi musicisti a ricorrere alla figura dell’impresario, con lo scopo di potersi arricchire senza essere costretto a procacciarsi contratti e concerti in prima persona). Ecco, il Concerto per violino n. 1 in re maggiore op. 6 rappresenta musicalmente tutto ciò: furore romantico, accesa melodiosità, alternati a momenti di assoluta commozione. Paganini è concentrato in tutta questa partitura, come se avesse voluto aprirsi agli sguardi altrui, permettendo a chi lo ascolta di leggere le pagine più profonde e intime del suo diario esistenziale, non solo nelle vesti di artista, di virtuoso inarrivabile, ma anche come uomo, con i suoi difetti, le sue contraddizioni, i suoi errori e virtù.

Primo dei sei concerti che Paganini scrisse fondamentalmente per se stesso, fu composto nel 1816, e già dall’apertura denota alcune affinità con il tipico e riconoscibilissimo timbro orchestrale di Rossini, amico intimo di Paganini fin dal 1813 e dal quale trasse indubbi spunti per affinare le sue inconfondibili melodie strumentali. È interessante notare, evidenziato dall’autografo della partitura, come il violinista genovese avesse fornito debite indicazioni sui possibili organici orchestrali, che potevano essere definiti e usati a seconda delle diverse disponibilità delle compagini del tempo, da quelli più numerosi a quelli che si riducevano a ensemble di pochi strumentisti. Tra le curiosità che fanno parte di questo concerto vi è l’Adagio, conosciuto come “aria di prigione”; la leggenda ci ha tramandato che questo brano sia stato ispirato a Paganini da una scena drammatica di prigionia alla quale avrebbe assistito nei pochi giorni che trascorse in carcere a Parma, per aver circuito e sedotto una fanciulla minorenne.

Ma, a parte l’aneddotica, ciò che emerge con maggiore evidenza in questo primo concerto è l’influenza del mondo del melodramma, con l’orchestra che sembra introdurre un’aria d’opera affidata alla voce del violino. Ma non può mancare, ovviamente, anche l’immancabile virtuosismo, rappresentato nel Rondò spiritoso finale da uno dei pezzi forti del repertorio paganiniano, una melodia cantabile eseguita su una sola corda (esattamente la quarta)! Senza dimenticare un aspetto tecnico che riguarda tutto il concerto: il violinista genovese, come si vede chiaramente dalla partitura, aveva previsto un accorgimento insolito, ossia di eseguire l’opera con un violino “scordato” (ossia accordato un semitono sopra), che gli conferiva un timbro più brillante grazie a una maggiore tensione delle corde. Questo perché all’epoca di Paganini si usavano ancora le corde di budello, il che significava una minore resa degli strumenti ad arco per ciò che riguardava la dinamica. Un aspetto che oggi, con l’uso delle corde in metallo, non viene più rispettato e quindi il concerto è universamente conosciuto (ed eseguito) nella tonalità del re maggiore e non più, come agli inizi, in quella di mi bemolle maggiore.

La Fantasia su temi della Carmen di Bizet di Pablo de Sarasate, composta nel 1883, è una delle poche composizioni del grande violinista basco ancora stabilmente eseguite e presenti nel repertorio concertistico, unitamente all’altrettanto famosa Zigeunerweisen. In questa celeberrima composizione, suddivisa in un’introduzione e quattro movimenti, Sarasate si rifà alla tradizione lisztiana delle Parafrasi e delle Fantasie su brani d’opera, nonché a quella di Paganini delle Variazioni da concerto, con lo scopo non solo di fornire una colorita antologia dei principali temi del capolavoro operistico di Bizet, ma anche di dare luogo a un virtuosismo a dir poco funambolico. Un compito dal quale Itzhak Perlman non si tira di certo indietro, dando vita a una registrazione a dir poco sontuosa di questo capolavoro della letteratura violinistica, accompagnato dall’indiavolata Royal Philharmonic Orchestra diretta da Lawrence Foster.

Il Concerto per violino e orchestra n. 1 di Paganini fu composto nei convenzionali tre movimenti, anche se ognuno di essi ha una sua struttura peculiare al punto da non poter vantare un filo unitario che li unisca in modo omogeneo. Il primo tempo, il lungo e articolato Allegro maestoso, è basato su un forte senso di contrasto: lo si comprende fin dall’introduzione orchestrale che dà luogo dapprima a un tema fieramente bellicoso [00.03 - 00.43]

e poi da uno teneramente sentimentale [01.31 - 02.03],

quasi a voler simboleggiare strumentalmente un’aria operistica tra un uomo e una donna, con il primo che esprime tutta la sua rabbia e la sua gelosia e la seconda tutta la sua sottomissione e il suo amore per lui. Ovviamente, il fattore che unisce e divide questi due temi e i loro sviluppi, è il violino solista, il quale si impossessa delle caratteristiche di entrambi [03.15 - 03.40]

[03.41 - 04.05]

e li elabora fino a farli fondere in alcuni momenti del movimento [04.22 - 04.47],

come se l’ascoltatore avesse modo di vedere “teatralmente” la scena di questo confronto tra i due innamorati (e qui Perlman è a dir poco sontuoso nel saper miscelare il tutto con un timbro e un eloquio che mozzano il fiato), e il tutto viene arricchito da un’orgia di suoni armonici, di passaggi di doppie corde, di momenti serrati e concitati [05.15 - 05.30]

[06.31 - 07.40].

Segue una ripresa nella quale non mancano le proverbiali discese cromatiche [09.10 - 09.21]

[10.55 - 11.06]

(ossia il “marchio di fabbrica” dei suoi famosi 24 Capricci!): insomma, un vero e proprio spettacolo di fuochi d’artifico capace perfino di oscurare la pur virtuosistica e complessa cadenza [16.03 - 18.38]

che porta alla conclusione del movimento.

Il secondo tempo, l’Adagio espressivo, fu concepito da Paganini come una grande scena operistica, in cui la parte del canto, invece che essere affidata alla voce, è sostenuta ovviamente dallo strumento solista che esprime un intenso patetismo [02.28 - 03.22],

il quale, come si è già accennato prima, sembra essere il frutto musicale di una scena alla quale il violinista genovese assistette, ossia l’accorata preghiera di un prigioniero. Una scena che viene introdotta misteriosamente dal breve preludio orchestrale [00.01 - 00.40],

per poi dare voce assoluta al violino solista, che non ha di certo bisogno di una scena teatrale, resa dall’apporto dell’orchestra, per rendere ancor più palpabile la commovente atmosfera [00.41 - 01.31].

 

Nell’ultimo movimento, il Rondò, Allegro spiritoso, Paganini permette al violino di mostrare l’altra faccia, quella demoniaca e sfrontata, dandogli modo di sfogarsi nelle più incredibili combinazioni di guizzanti colpi d’arco, di scale e arpeggi d’ogni genere [00.38 - 00.57]

[01.20 - 02.14],

fino ad arrivare a straordinari registri impervi [02.50 - 03.35]

e acutissimi [08.43 - 09.22].

Con questo tempo finale è come se Paganini avesse voluto riservare tutto il suo mirabolante repertorio di virtuosismi, con il quale incantare l’uditorio, proprio come succedeva nel corso dei suoi concerti, con i quali ammaliò il pubblico di tutta Europa.

La Fantasía sobre Carmen op. 25 prende avvio con un’Aragonesa (come viene definita la tipica danza della regione aragonese) che ha la funzione di Introduccíon (mentre nell’omonima opera lirica di Bizet questo brano apre il quarto atto), nella quale allo strumento solista è richiesto un perfetto dominio dei glissandi [00.59 - 01.14]

e dei pizzicati rapidi [01.59 - 02.09].

Dopodiché segue il momento della celeberrima Habanera (una danza di origine cubana divenuta famosissima in Spagna e che ritmicamente è simile al tango) [02.54 - 03.13],

che Sarasate modifica dalla versione originale di Bizet attraverso una serie di variazioni che si succedono sempre più virtuosistiche [04.10 - 05.02].

È poi la volta di un Moderato che è costruito sul tema della Chanson che Carmen canta per puro scherno al luogotenente Zuniga [05.12 - 05.38],

la quale sfocia in una serie di registri sovracuti [06.23 - 07.20].

Il terzo movimento è contrassegnato dalla Seguidilla (ossia un genere di canzone accompagnata da danze, tipica della Castiglia), in tempo di Allegro moderato, che vanta un ampio uso di pizzicati, trilli e glissandi [07.37 - 08.35],

mentre la pirotecnica conclusione viene affidata a una delle arie più famose del capolavoro di Bizet, quella Chanson bohème che contraddistingue l’inizio del secondo atto [09.11 - 09.50],

e che Sarasate trasforma in un percorso irto di terrificanti ostacoli tecnici e virtuosistici [10.01 - 10.44]

fino a un finale di delirante bravura [10.57 - 11.31]

(e Perlman è davvero mostruoso nel restituire appieno questo passaggio!) imbastito ad hoc per strappare applausi a scena aperta.

Andrea Bedetti

Letto 443 volte Ultima modifica il Lunedì, 14 Marzo 2016 16:33
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